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Alberto Castagna maestro di cinema che per 30 anni mi ha insegnato a raccogliere montagne di immagini stamane in silenzio se ne è andato...27 settembre 2009 ..alberto castagna

accattone tpa053



 

Pier Paolo Pasolini

14

Cd Videosuono, Ricordi Video, Gruppo Editoriale Bramante, Bmg Video (Parade, Cinecitta')

 

 

Drammatico - Sociale

Storia del cinema

Scuole medie superiori

Pier Paolo Pasolini

Pier Paolo Pasolini

Tonino Delli Colli

Brani di Bach

Nino Baragli

Flavio Mogherini

 

 

 

Interpreti Polidor Becchino, Danilo Alleva Iaio, Adriana Asti Amore, Amerigo Bevilacqua Amico di Cartagine, Franco Bevilacqua Franco, Umberto Bevilacqua Salvatore, Massimo Cacciafeste Cognato di Accattone, Adele Cambria Nannina, Renato Capogna Il Capogna, Mario Castiglione Amico di Cartagine, Mario Cipriani Balilla, Franco Citti Vittorio Cataldi, Accattone, Sergio Citti Cameriere, Silvio Citti Sabino, Silvana Corsini Maddalena, Stefano D'arrigo Giudice Istruttore, Emanuele Di Bari Amico di Accattone, Enrico Fioravanti Agente, Sergio Fioravanti Gennarino, Dino Frondi Amico di Cartagine, Roberto Giovannoni Il Tedesco, Luciano Gonini Piede D'oro, Mario Guerani Il Commissario, Paola Guidi Ascenza, Alfredo Leggi Pupo, il Biondo, Franco Marucci Amerigo, Adriano Mazzelli Cliente di Amore, Adriana Moneta Margheritona, Elsa Morante Lina, una Detenuta, Piero Morgia Pio, Leonardo Muraglia Mommoletto, Tommaso Nuovo Amico di Cartagine, Francesco Orazi Il Burino, Giovanni Orgitano Lo Scucchia, Franca Pasut Stella, Galeazzo Riccardi Il Cipolla, Giuseppe Ristagno Peppe il folle, Enrico Russo Agente, Carlo Sardoni Amico di Accattone, Alberto Scaringella Cartagine, Edgardo Siroli Farlocco, Renato Terra Farlocco

Alfredo Bini per la Cino del Duca e Arco Film

Cineteca Nazionale - Collettivo dell’immagine

Italia

1961

120'

 

"Accattone" è il soprannome affibbiato ad un giovane che, in una borgata romana, vive senza far nulla, alle spalle di una prostituta, Maddalena. Quando la ragazza finisce in carcere, Accattone si trova a mal partito. Respinto e malmenato dopo un tentativo di riavvicinare la moglie, che vive insieme al figlioletto in casa del padre e del fratello, il giovanotto tenta di sostituire Maddalena con una ragazza di nuova conoscenza: Stella. Costei, incredibilmente ingenua e fidente, non è fatta però per il triste mestiere ed Accattone, che s'è innamorato, decide di trovarsi un lavoro per mantenere se stesso e la ragazza. Un solo giorno di fatiche, lo stronca. Ignaro che la polizia lo tiene d'occhio - Maddalena, gelosa, dal carcere lo ha denunciato per sfruttamento - Accattone tenta allora la via del furto. Insieme con un vecchio ladro fa man bassa sulla merce caricata su un autocarro. Afferrato dai poliziotti, si divincola, sale su una motocicletta e fugge. La sua corsa è breve: subito si schianta contro un muro, uccidendosi.

 

Il mondo dei "ragazzi di vita" del sottoproletariato romano, dei diseredati, ha trovato nell'opera di Pier Paolo Pasolini [...] i giusti toni di una partecipazione affettiva e di una interpretazione commossa. Siamo lontani dal clima dei film sugli "Sciuscià" e sui "Ladri di biciclette"; qui il rapporto tra l'autore e i suoi personaggi si basa non sull'osservazione di una serie di fenomeni umani e sociali, ma sulla diretta partecipazione a un mondo di vita; e lo stile della rappresentazione deriva direttamente dalla volontà di dar forma visiva e letteraria ad una esperienza reale.

Gianni Rondolino

Film 1963,Feltrinelli Editore

1963

 

Una delle borgate che circondano Roma. Accattone scommette con gli amici che si butta in Tevere dall'alto del Ponte Sant'Angelo dopo aver mangiato. Eccolo a un tavolo sulla riva del fiume, ingozzarsi avidamente. Poi, fattosi il segno della croce, si getta in acqua, sfrontato e canaglia (“ Damo soddisfazione ar popolo ”). Lo avvertono che Maddalena, la prostituta di cui è il protettore, s'è ferita a una gamba. Corre, la maltratta e le impone di andare a “lavorare”, anche in quelle condizioni. Cosa che Maddalena fa, incappando in un gruppo di napoletani, giunti a vendicare un loro amico finito in carcere per una denuncia della donna. La massacrano. Il giorno dopo due agenti vengono a prelevare Accattone al solito bar e lo conducono in Questura. Qui, Maddalena è invitata a identificare chi l'ha picchiata: le fanno sfilare davanti giovani facce da galera (anche quella di Accattone). Senza Maddalena (chiusa in carcere.), Accattone muore di fame. Si vende un anello. Poi va a implorare aiuto da Ascensa, la moglie da cui vive separato. Non ha vergogna. Reagisce solo quando il padre e il fratello della donna lo insultano sanguinosamente. Si butta addosso al cognato. Lottano con furia, nello spiazzo polveroso davanti alla baracca, sotto il sole. Infine, dopo essersi svincolato dalla stretta, Accattone ritrova i suoi amici. Ciondolando, sempre affamati, da un angolo all'altro della borgata, si imbattono in una ragazza bionda che Accattone conosce (l'aveva incontrata andando a cercare la moglie, intenta con altre donne al lavoro intorno a un cumulo di bottiglie vuote da spartire). Sopraggiunge uno meno disperato, con una macchina. Salgono tutti con Stella (la ragazza bionda, triste, remissiva) e vanno in gita. Ormai Accattone le ha messo gli occhi addosso. Povera e male in arnese, Stella ha bisogno anzitutto di essere rivestita. Occorre qualche soldo, e lui se lo procura tornando verso la baracca della moglie. Approfitta dell'assenza della donna e dei parenti, si avvicina a un bambinello che gioca nella polvere (suo figlio), lo abbraccia e gli sfila la catenina dal collo. Così, Stella si può comprare scarpe e vestito, e passeggiare con Accattone per i prati di quella periferia indecente, a braccetto come fossero due fidanzati. Il giorno dopo, Accattone la conduce a ballare su un galleggiante ormeggiato ai muraglioni del Tevere. È un ritrovo di prostitute. Stella è invitata da un lercio individuo. Ha capito che cosa vuole Accattone da lei e subisce. Non vede però che lui soffre, combattuto fra il bisogno dello sfruttamento e la gelosia, perché lo sciagurato si sta innamorando di questa ragazza “pulita” e diversa. Quando la incontra, il giorno dopo, la aggredisce feroce, forse più contro se stesso (contro la maledizione della sua miseria) che contro di lei. La sera, nonostante tutto, la conduce sul viale dove le professioniste sono al lavoro. Stella accetta la sua parte ma non ha la forza di andare sino in fondo.
Un barlume di resipiscenza si affaccia alla mente di Accattone proprio mentre Maddalena in carcere lo denuncia. il destino di Accattone è segnato. Ora la polizia lo tiene d'occhio. Lo segue quando accompagna Stella nella baracca che
prima era di Maddalena, lo segue ancora quando si trova un lavoro (come aiutante di un fabbro) e quando, sfinito dopo la prima dura faticata, rinuncia. Che gli rimane? La notte sogna di essere morto e di assistere al proprio funerale (vede che il becchino gli scava la fossa all'ombra e lo prega di scavare da un'altra parte, dove il sole batte su un paesaggio ridente). Non gli rimane altro che rubare. Parte in caccia, con i due amici più fidati, il Balilla e Cartagine. Girano mezza Roma in cerca di un'occasione che non viene mai. Si ritrovano esausti in un quartiere vicino al Tevere. Tanta è la disperazione che scoppiano a ridere per nulla, come i matti. Finalmente, arriva un furgone che trasporta salami. I tre si precipitano, rubano quel che possono e scappano con il loro carrettino. I poliziotti intervengono. Agguantano Cartagine e il Balilla. Accattone salta su una moto incustodita e fugge. Arriva al ponte sul Tevere, va a sbattere contro un camion. Accorrono gli agenti e gli amici già ammanettati. Accattone, moribondo, li guarda, il volto sereno: “Mo' sto bene”. La musica di Bach sigla, solennemente, il martirio. L'iniziale segno della croce, sul ponte fra le statue degli angeli, ha qui, in chiusura, la sua corrispondenza sonora. La cornice della liturgia chiude.
La ricchezza - tematica e stilistica - di
Accattone costituì il fatto nuovo del cinema italiano alla svolta degli anni sessanta. Pier Paolo Pasolini (Bologna, 5 marzo 1922-Roma, 2 novembre 1975) arrivava al cinema da lontano. Vi scoprì, sintomaticamente, il luogo ideale della sua poetica. La manipolazione della materia visiva era ciò cui aveva, forse inconsciamente, teso fin dal principio, dal tempo delle sue raccolte di versi (La meglio gioventú, Le ceneri di Gramsci, L'usignolo della Chiesa cattolica) e dei romanzi sul sottoproletariato di una Roma, per lui friulano di sentimenti e di educazione, estranea, “magica” e orrenda. Presentando il suo primo film, giustificò con naturalezza (quella che deriva dalle cose sapute da sempre) il passaggio dalle avventure letterarie (Ragazzi di vita, Una vita violenta) all'opera cinematografica che ne riprendeva gli spunti e i personaggi: “Un'immagine può avere la stessa forza allusiva di una parola: perché è frutto di una serie di scelte estetiche analoghe. Fa parte, cioè, di una operazione stilistica”.
Lo stile, ossia il superamento della riproduzione mimetica della realtà, che era stato il programma (o, più spesso, il sogno) del cinema neorealistico. Le baracche romane e i suoi abitanti “ preistorici ”, bloccati in un tempo immobile, offrono alla macchina da presa (come prima alla pagina) i segni da comporre in una forma che esprima i fantasmi personali dell'autore, il mondo di una immaginazione “ magmatica ” (il concetto è suo) e decadente. La religiosità di Pasolini trova nella composizione delle immagini (quasi sempre frontali, rigidamente atteggiate, duramente intagliate nei contrasti netti fra sole e ombra) il veicolo per trasferire nell'angoscia e nella “ predestinazione ” dei personaggi il germe della metafora. Il simbolo cristologico di Accattone è la chiave di tutto il cinema pasoliniano, così come la sequenza del sogno contiene già tutte le allucinazioni e le fantasie dei film successivi (da
Uccellacci e uccellini a Teorema, a Porcile, a Decameron a Salò o le 120 giornate di Sodoma). Il Cristo venuto a riscattare, con il suo sacrificio, l'umanità dal peccato e dall'errore era stato - in evocazioni allusive - uno dei centri focali della letteratura simbolista fra Ottocento e Novecento. Pasolini lo riprende, tendendolo da una parte fino all'esaltazione mistica (in veste manieristica esplicita) con Il Vangelo secondo Matteo, e dall'altra sino alla personale autoflagellazione.

Pier Paolo Pasolini, Accattone
di Pino Bertelli
 

Pier Paolo Pasolini, il poeta di Casarsa della Delizia, esordisce sulla bianca palpebra dello schermo con ACCATTONE (1961), ed è subito eresia. Il Cristo in forma di Accattone, che Pasolini trasporta sullo schermo dai suoi “romanzi di strada”, si chiama fuori da ogni cristologia corrente e anche i richiami ad un’antropologia dell’emarginazione (che in molti vi hanno visto...) non lo riguardano. “Sono passato così, come un vento dietro gli ultimi muri o prati della città – o come un barbaro disceso per distruggere, e che ha finito col distrarsi a guardare, baciare, qualcuno che gli somigliava – prima di decidersi a tornarsene via” (Pier Paolo Pasolini). ACCATTONE figura da subito la “cinelingua” o la “lingua dei corpi” di Pasolini come regista, ed è forse il più grande debutto nella storia del cinema italiano. 
Accattone/Vittorio (Franco Citti) è un sottoproletario delle borgate romane. Non lavora, vive facendo il “pappone” di una puttana, Maddalena (Silvana Corsini). Abitano in una baracca semidiroccata con Nannina (Adele Cambria), la moglie e i figlioletti di Ciccio, un guappo/sfruttatore che è in galera. Le giornate di Accattone passano lente, quasi immobili, in un baretto sgangherato insieme agli amici (Mommoletto, Piede d’oro, il Capogna, Pupo biondo, Peppe il folle, il Tedesco, Balilla, Cartagine, il Cipolla, il Moicano)... abbacinati dalla svogliatezza di vivere. 
Per mostrare di non aver paura della morte e anche per raccattare un po’ di soldi, Accattone si tuffa da un ponte nel Tevere dopo aver mangiato e vince la scommessa. Alle sue spalle appare per la prima volta nel cinema pasoliniano, un “angelo di marmo”, che sembra proteggerlo. In modi diversi o sotto altre spoglie, la visione angelica pasoliniana sarà una presenza costante nella sua opera filmica. È un “angelo necessario” che annuncia una vita fantastica che è alla fine o al fondo di noi stessi. È l’“angelo dell’accoglienza” che fa della sensibilità e della tenerezza la trasparenza dei sogni. È l’“angelo dell’immaginazione” che porta la lieta novella dell’amore – da cuore a cuore – e fa della fanciullezza il centro focale dove uguaglianza e diversità si fondono nella favola bella e malinconica dell’infanzia. 
Il film ha un sussulto, quasi un fuori scena di derivazione Nouvelle Vague... quando appare la banda di napoletani... vogliono sapere chi ha fatto la spiata e mandato il loro amico Ciccio (sfruttatore di Maddalena prima di Accattone) in carcere. Accattone tradisce Maddalena e dice ai napoletani che è stata lei a denunciarlo. La donna viene investita da una motocicletta. Deve restare a letto con una gamba fasciata. Accattone la schiaffeggia e la costringe ad andare a battere il marciapiede come ogni sera. I napoletani la prendono, la portano in una discarica e la picchiano a sangue. Sullo sfondo le luci di Roma abbagliano un cielo nero e le grida della donna si perdono nella notte. In questura Maddalena non denuncia i suoi aggressori ma Cartagine e Balilla, non fa il nome di Accattone e viene rilasciato... Maddalena è accusata di falsa testimonianza e deve scontare un anno di carcere. Accattone resta solo. Senza soldi, senza nessuno che lo aiuti. Va a trovare la sua ex-moglie Ascenza (Paola Guidi) che lavora in una laveria di bottiglie, per chiedere dei soldi. Qui conosce Stella (Franca Pasut), una ragazza bella, ingenua (figlia di una prostituta), fuori del tempo e della storia. 
Accattone s’innamora di Stella e vanno a vivere nella casupola di Nannina. Per comprare le scarpe a Stella, ruba a suo figlio un’esile catenina d’oro.  Accattone, per amore della ragazza cerca anche di lavorare, da un fabbro. Il primo giorno di lavoro è sfinito [v. fotogramma a sinistra]. Quando ritorna in borgata gli amici lo prendono in giro, scoppia una rissa e Accattone viene pestato. La notte fa uno strano sogno. Vede i cadaveri dei napoletani nudi, semisepolti sotto la terra e lui col vestito della festa che va al suo funerale. È in ritardo, gli amici lo chiamano, manca solo lui. Ai cancelli del cimitero il becchino (Polidor) lo ferma... a lui è vietato l’ingresso. Tutto è inondato di luce, è il Paradiso. Il becchino gli scava la fossa in una zona d’ombra, Accattone gli chiede di essere seppellito un po’ più in là, al sole. Accattone cerca di avviare Stella alla prostituzione ma al suo primo cliente la ragazza rifiuta di fare la marchetta e scoppia in lacrime. Intanto una puttana, Amore (Adriana Asti), viene arrestata in una retata e finisce in cella con Maddalena e altre prostitute (tra queste si riconosce un’interessante Elsa Morante). Amore dice a Maddalena che il suo ex-protettore sta ora con Stella. Maddalena lo denuncia e la polizia controlla i suoi movimenti.
Accattone, Cartagine e Balilla girano per Roma per mettere a segno qualche furtarello. Mentre rubano dei salumi da un furgone, vengono scoperti dalla polizia. Accattone inforca una motocicletta e fugge... fuori campo si sentono stridori di una frenata e il colpo di uno scontro... Accattone va finire contro un camion e con la testa sanguinante sull’acciottolato, morente, dice: “Mo' sto bene”. Balilla si fa il segno della croce (alla rovescia) con le le manette ai polsi.
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Il debutto di Pasolini come autore cinematografico è fulminante. ACCATTONE fa subito scandalo ed è subito poesia in forma di cinema. L’universo del sottoproletariato romano diviene una metafora del mondo e quei primi piani, le grezze panoramiche, la sacralità dei corpi di una gioventù alla deriva della civiltà dei consumi che avanza dal centro della metropoli ed esplode in quelle periferie assolate... portano in sé una diversa tecnica filmica e una diversa poetica cinematografica che fanno di questo film una specie di “ballata neo(sur)realista” di irripetibile bellezza.
ACCATTONE racconta l’emarginazione suburbana romana ma è evidente che la metafora si allarga ai Sud del mondo. È una storia che sviscera la profonda miseria delle borgate di Torpignattara, del Pigneto e dai margini della grande città riporta alle radici di un’esistenza offesa, bastonata, deflorata senza rimedio. Pasolini coglie i segni della condizione umana povera e vigliacca di personaggi che vivono ai margini delle periferie e da qui ne escono in galera o morti. In questa degradazione esistenziale Pasolini vede “qualcosa di sacro” che crolla nella caduta personale di Accattone e nello stesso tempo risorge nel segno della croce blasfemo finale di Balilla. “La morte, il presentimento della morte domina, è una presenza – ora segreta, ora esplicita – sospesa sul film dalla prima all’ultima inquadratura” (Morando Morandini), che infonde all’opera un percorso primordiale, quasi una lacerazione di un’innocenza ritrovata e immediatamente perduta sulla quale si può solo piangere o bestemmiare. 
È vero quello che ha detto Jean Collet – ACCATTONE è fratello di MOUCHETTE – (...  hanno lo stesso assetto visionario che li conduce nei luoghi della trasversalità ereticale e nell’incoscienza di una crudeltà amicale, fraterna, dolorosa... trasmutano lo schermo in un sudario passionale che si chiama fuori dalla storia quotidiana. 
ACCATTONE è “un film ambiguo, lacerato, dunque un’opera d’arte” (Jean Collet). Lo sguardo pasoliniano su Accattone è inquietante, sofferto ma anche distaccato. Non giudica la sua vita, ne comprende la sua disperazione. Non ci sembra (come dice Alberto Moravia) che Accattone è “soprattutto l’espressione d’una sclerosi etica, di un’inconscia volontà suicida”, piuttosto vediamo in Accattone un testimone tragico dei mondezzai (delle periferie del mondo) prodotti dalle forme di discriminazione/sperequazione della collettività moderna. 
ACCATTONE contiene in sé secoli di dolore e di sottomissione di un’umanità diminuita. È un discorso sulla fame, sulla miseria, sulla solitudine... che si prende gioco di ogni politica, di ogni fede e fa della condizione emarginata l’ultimo strappo di un sociale profanato per sempre. Quello di Accattone è un destino tragico che si avvolge nel mito e nell’incoscienza di chi affronta il quotidiano giorno dopo giorno, morso dopo morso. Pasolini costruisce un apologo contro la pacificazione domestica piccolo-borghese, sceglie l’inquietudine come insicurezza e interrogazione dell’esistenza di tutti. 
Le cifre stilistiche/espressive di ACCATTONE sono elementari e gli omaggi a Ejzenstejn, Dreyer, Mizoguchi, Chaplin o Bergman si riconoscono senza difficoltà... le baracche della periferia romana, le immondizie, le facce irripetibili di un popolo miserabile schiacciato sotto l’avanzare della modernità vanno a comporre un florilegio iperreale della “diversità”. 
La figura di Accattone è stata associata a un “cristo anarchico” (Sandro Petraglia). Non ci sembra così. La sacralità o la fatalità psicologica nelle quali il film è depositato, sono piuttosto un espediente narrativo e la degradazione viscerale di un uomo che vive nel fango e nella polvere (ha detto da qualche parte, Pasolini). ACCATTONE intreccia la surrealtà maledetta di opere disperate che hanno scritto la storia del cinema e dell’uomo, con i resti dello splendore neorealista contaminato da riferimenti pittorici medievali e dalla musica di Johann Sebastian Bach, che conferiscono al film un'aura innovativa del linguaggio cinematografico. 
La fotografia in bianco e nero (Tonino Delli Colli) di ACCATTONE è “cruda”, “grezza”, racconta lo stupore del “vero” senza cadere nella retorica della cronaca o del falso documentario. Pasolini chiese a Delli Colli una fotografia sgranata, contrastata, tagliata sui bianchi e sui neri. Delli Colli usò la pellicola Ferrania P. 30, la più dura che si trovava sul mercato... “da un positivo fu fatto addirittura un controtipo, ossia fu stampata bene una copia dal negativo diretto, e poi da questa copia, da questo positivo, fu ricavato un altro negativo. Il tutto, quindi, si indurì persino maggiormente” (Tonino Delli Colli) e il film assunse un’aura di grande spessore emozionale/figurativo che proietta Pasolini accanto ai maestri dell’irriverenza poetica come Chaplin, Dreyer, Welles, Buñuel o Bresson. 
L’essenzialità figurale di Pasolini supporta non poco l’approssimazione scenografica... sovente la cinecamera sfiora, si sofferma, descrive i numerosi comprimari di Accattone che emergono dalla loro realtà devastata e qui la lezione etica di Rossellini, De Sica o Buñuel esplode in tutta la sua forza comunicativa. Il montaggio (Nino Baragli) è frammentato... a tratti lento, largamente giocato su metafore ardite o contrasti improvvisi, delinea già la magia affabulativa sulla quale Pasolini costruirà tutto il suo cinema a venire. 
I montatori (italiani) erano abituati ad aggiuntare la pellicola sulle uscite e le entrate in campo... procedimento che non esisteva nel film di Pasolini, che faceva “un controcampo a Frascati e un altro a Venezia” (Nino Baragli). Proprio come Welles, Ejzentstejn o Buñuel. Quando Pasolini “decideva di fare un campo lungo o un primissimo piano, avevo l’impressione di assistere all’invenzione del campo lungo o del primissimo piano. La prima volta della storia del cinema” (Bernardo Bertolucci). 
Il tocco filmico pasoliniano è subito chiaro: cinecamera a mano, inquadrature forti, primi piani azzardati, lente panoramiche... tutto immerso in un’estetica della trasgressione che trasfigura l’impossibilità di vivere il reale nei recinti istituzionali e delinea l’utopia dei senzastoria che scardina il pensiero protetto dello Stato. Sono tematiche che scivoleranno in ogni lavoro pasoliniano (cinematografico, poetico, giornalistico o letterario) e andranno a costruire un universo insanguinato dove la strada è la trasparenza dell’immaginario calpestato e la fede, la cultura o la politica il male di esistere nel cerchio conviviale della civiltà dello spettacolo. 
L’interprete di Accattone è Franco Citti, un ex-imbianchino e amico di Pasolini. “La sua miseria materiale e morale, la sua feroce e inutile ironia, la sua ansia sbandata e ossessa, la sua pigrizia sprezzante, la sua sensualità senza ideali e, insieme a tutto questo, il suo atavico, superstizioso cattolicesimo pagano” (Pier Paolo Pasolini), bruciano lo schermo come nessuno e fanno dei limiti del dolore, la sovversione non sospetta che non ha né inizio né fine... è il rovesciamento del convenzionale e della temporalità addomesticata, il capovolgimento di una situazione statica che dà voce al silenzio genuflesso degli oppressi. Pasolini è, su molti piani, l’interprete più “scoperto” di un’umanità emarginata, depredata, violentata... la trasgressione che porta sullo schermo, nei libri, nella vita personale e quotidiana è quella di una presenza forte e anomala, che schianta l’insieme della cultura del sospetto e fa della fede politica/religiosa i luoghi della sofferenza e della rivolta. 
Al fondo di ogni trasgressione c’è la ribellione contro il Padre, contro Dio, contro lo Stato... e solo attraverso la trasgressione l’uomo è capace di divenire padrone  della propria intelligenza e rovesciare il prestabilito della propria epoca. 
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Citti nasce nella borgata di Torpignattara... conosce la guerra, la fame, il riformatorio, la disperazione, l’inesistenza, la non-vita, la merda... la prima volta che ha fatto l’amore è stato con una puttana. Il riformatorio è l’unico posto che ricorda come casa sua. “Mi facevo dei ragazzini in riformatorio. Ce n’erano per lo meno tre innamorati di me... con la scusa dell’età o del brutto muso ti approfittavi di quelli che avevano più di te, di quelli che ricevevano dai parenti più soldi, più regali, più pacchi-viveri. Quella era vita. Vinceva chi riusciva a coltivarsi il più gran numero di ‘culetti bianchi’, come chiamavamo quelli che venivano da Milano o soltanto dal Nord” (Franco Citti).
Il personaggio di Accattone nasce nelle pizzerie, nelle osterie, sul tramvetto azzurro di Grotte Celoni, nei racconti di borgata che Sergio e Franco Citti (davanti a un litro di vino) facevano a Pasolini. Accattone era uno che esisteva davvero, se ne parlava tra “i malandri" della Acqua Bullicante, come di un paraculo senza fissa dimora che viveva di espedienti. Una specie di «leggenda» di periferia, un Robin Hood da quattro soldi, che non rubava ai ricchi per dare ai poveri, ma che si rimediava la giornata per sopravvivere. Magari fregando un altro povero, ma che non era mai tanto povero come lui” (Franco Citti). Lo chiamavano Accattone perché “accattonava la vita” e poi tutti nelle borgate avevano dei soprannomi. Il quel micromondo di diseredati tutti parlavano di Accattone ma nessuno lo conosceva bene. Appariva e scompariva dal nulla. Ogni tanto in borgata venivano a sapere che aveva fatto un colpo al Tiburtino Terzo o al Prenestino, poi più niente per lungo tempo. 
In principio, i produttori di Accattone volevano come interprete Franco Interlenghi... Pasolini insistette su Citti e crediamo che il suo volto/maschera del sottoproletariato universale sia una delle più grandi rivelazioni della storiografia cinematografica. Lo sguardo obliquo, la camminata non impostata, la gestualità essenziale, il sorriso ironico di Citti... “bucano” lo schermo almeno quanto l’interpretazione corrosiva – maschilista – di Marlon Brando (IL SELVAGGIO) o quella schizofrenica – effeminata – di James Dean (GIOVENTÙ BRUCIATA), ma lì è la fiction hollywoodiana che parla, in Citti è la vita della periferia che insorge e debutta sulle sue macerie. 
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ACCATTONE è stato il primo film del cinema italiano ad essere vietato (con un apposito decreto) ai minori di 18 anni. Le riprese del film furono effettuate tra l’aprile e luglio 1961. Per gli interni, vennero affittati i teatri di posa Incir De Paolis. Per girare gli esterni, la piccola troupe si spostava nella periferia romana (Via Casilina, Via Portuense, Via Appia Antica, Via Baccina, Ponte degli Angeli, Acqua Santa, Via Manunzio, Ponte Testaccio, il Pigneto, borgata Gordiani, la Maranella. Subiaco (il cimitero). Il negativo adoperato non superò 50.000 metri e la copia definitiva durava 116’ e 32 secondi (3.188 m). I manifesti pubblicitari del film (splendidi), furono eseguiti su bozzetti di Carlo Levi e Mino Maccari, il costo approssimativo si aggirò intorno ai cinquanta milioni, quanto un film di “serie B” di quegli anni e forse meno. Scelto per la XXII Mostra del Cinema di Venezia (31 agosto), il film di Pasolini ricevette fischi e improperi. Pochi capirono di trovarsi di fronte a un’opera d’arte. I settimanali avvertivano i lettori che si trattava di “un film sui rifiuti umani” (Oggi) o che “quello di Pasolini è, insomma, un mondo a senso unico, dove non affiora mai la speranza o un sentimento capace di dare il senso della dignità umana” (Vita, 7 dicembre 1961). La “sacralità dell’autentico non trovò seguito” (Barth David Schwartz) che in pochi disertori della pubblica opinione. 
Alla “prima” di ACCATTONE al cinema Barberini a Roma, un manipolo di giovani fascisti cercarono di impedire la proiezione... lanciarono bottiglie d’inchiostro contro lo schermo, bombette di carta e finocchi tra il pubblico... ci furono colluttazioni e la visione del film fu sospesa per quasi un’ora... intorno a Pasolini si strinsero amici e intellettuali senza museruola e ACCATTONE prese la via degli schermi di ogni parte della terra... da subito, Pasolini mostrò un “cinema di poesia”, in opposizione al “cinema merce”, come linguaggio edulcorato del potere. 
Quando il film sarà bloccato in sede di censura e ritirato da tutte le sale italiane... non furono molti i giornalisti che gridarono alla discriminazione... e oltre all’amico Moravia, s’infuriò Mino Argentieri, che dalle pagine di Cinema Sessanta (luglio-agosto 1961), scrisse che era importante agire contro i censori dello Stato in quanto si trattava di un film che raggiungeva la “compiutezza d’arte”. Solo un anno prima, Mario Montagnana, dalle colonne di Rinascita aveva tuonato contro Pasolini, per espellerlo dalle file degli intellettuali graditi dal Partito... dietro l’epurazione chiesta da Montagnana, c’era il fiato marcio del più sardonico, ambiguo, fariseo uomo politico che l’Italia abbia avuto dopo Benito Mussolini, Palmiro Togliatti (il braccio lungo di Stalin, colui che si è macchiato la coscienza di sangue con i massacri degli anarchici e comunisti dissidenti nella guerra di Spagna del ‘36). 

Nel 1962, ACCATTONE viene presentato al Festival del cinema di Karlovy Vary (Urss) e vince il Primo premio per la regia. Il coraggio dello spirito e la passione per i diritti civili dell’uomo/della donna non fanno difetto a Pasolini, che infrange la “notte americana” del cinema e interrompe il gioco della commedia attorale e della macchina divistica. “Il cinema e la politica sono la stessa cosa. Hanno entrambi a che fare con lo spettacolo. Il cinema ha a che fare con lo spettacolo, la politica è spettacolo, divertente o meno... C’è lo stesso scarto di partenza, stavo per dire la stessa menzogna, sia nella rappresentazione politica sia nella rappresentazione cinematografica commerciale” (Marguerite Duras). Pasolini denuncia col suo film sia la menzogna politica che la menzogna del cinema. La sua opera non è solo una messa in questione delle responsabilità della classe dominante ma è anche un’accusa contro l’indifferenza e la passività degli spettatori. “Il genio comincia col dolore” (Marguerite Duras), la stupidità con l’euforia o la genuflessione all’ordine dominante. 
ACCATTONE esce in tempi agitati, attraversati da strappi culturali e fratture politiche... lo schermo era stato violato da autori eversivi della “fabbrica dei sogni” e Shirley Clarke, Jonas Mekas, Lionel Rogosin, John Cassavetes o Robert Frank... avevano aperto vie del cinema a basso costo, mostrato deviazioni e turbamenti dell’arte cinematografica. L’assalto al cinema del film pasoliniano è talmente particolare che nemmeno i Cahiers du Cinéma (n. 116, 1961), sempre attenti alle pulsioni nuove e ai cambiamenti radicali del linguaggio cinegrafico, si accorgono di ciò che passa loro negli occhi... Jean Douchet ignora ACCATTONE alla rassegna veneziana e i Cahiers preferiscono recensire DONNA DI VITA (Jacques Demy), LA NOTTE (Michelangelo Antonioni), EL COCHECITO (Marco Ferreri), LES GODELUREAUX (Claude Chabrol), DOV’È LA LIBERTÀ (Roberto Rossellini), ROCCO E I SUOI FRATELLI (Luchino Visconti), THE CRIMINALS (Joseph Losey), OMBRE (John Cassavetes), BELLISSIMA (Luchino Visconti), KAPÒ (Gillo Pontecorvo), EXODUS (Otto Preminger), ESTER E IL RE (Raoul Walsh), LA VENDETTA DEL GANGSTER (Samuel Fuller), L’ANNO SCORSO A MARIENBAD (Alain Resnais), LA DONNA È DONNA (Jean-Luc Godard, QUESTA SERA O MAI PIÙ (Jacques Deville), SPARTACUS (Stanley Kubrick), IL TESTAMENTO DEL MOSTRO (Jean Renoir), PARIS NOUS APPARTIENT (Jacques Rivette)... si accorgeranno della portata eversiva di ACCATTONE l’anno dopo. 
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La cultura figurativa di Pasolini (le lezioni di Roberto Longhi su Masaccio, Piero della Francesca all’Università di Bologna sono una presenza costante nel suo fare-cinema...), reinventa “l’iconografia e il senso dello spazio nell’immagine cinematografica” (Gian Piero Brunetta). I primi piani dei personaggi pasoliniani, incastonati sullo sfondo delle periferie metropolitane si rifanno a certi affreschi medievali e divengono icone-simbolo di una visione materica della realtà che è propria dei grandi “sognatori” (da Masaccio a Goya, da Klee a Picasso). Pasolini assume il punto di vista delle sue immagini/metafore, sa che “non ha più senso scrivere per una classe sociale mutata e inseguendo il sogno di una rivoluzione sociale impossibile” (Gian Piero Brunetta)... così pone il suo cinema alla confluenza delle culture transnazionali e tra la realtà e sogno si fa soggetto politico/indocile del presente e testimone eretico/blasfemo della memoria storica del passato. .
ACCATTONE è il primo dei 22 film che compongono la cinevita di Pasolini. Anche se la risonanza di Gramsci e la sua idea di cultura “nazional-popolare” della classe dominata scissa dalla cultura borghese, sembra riguardare da vicino la prima stagione cinematografica pasoliniana... Pasolini affabula i suoi film per un’umanità ideale e in qualche modo contenevano un’insorgenza (mai una prospettiva) rivoluzionaria: la disobbedienza o la ribellione. Accattone vola un’estate... quanto basta per mostrare la sua tragedia personale e quella di tutti i sotto-proletariati suburbani. “Una tragedia senza speranza, perché mi auguro che pochi saranno gli spettatori che vedranno un significato di speranza nel segno della croce con cui il film si chiude” (Pier Paolo Pasolini). La realtà pasoliniana veniva rappresentata con la realtà emarginata di Accattone, quelle facce, quei gesti, quei corpi, quelle parole... erano così nella vita come sul lenzuolo sdrucito dello schermo. La cultura che Accattone esprimeva non aveva una propria morale e la sua interpretazione del mondo restituiva il razzismo evangelizzato della classe dominante. La cultura borghese che Accattone non conosceva, era ciò che respirava e non aveva nessun mezzo (se non la violenza o la bruta criminalità), per mettere in discussione i modelli e i valori imposti. Nella disseminazione della tolleranza istituzionale (puramente formale), “tutti i borghesi sono infatti razzisti, sempre, in qualsiasi luogo, a qualsiasi partito essi appartengano” (Pier Paolo Pasolini). .
ACCATTONE è un’opera di straordinaria bellezza formale, oltre che un film dolcemente poetico, indimenticabile. Accattone “non incontra sul suo cammino il partito comunista e non si redime neppure diventando ladro... Accattone appartiene a un mondo socialmente primitivo, le cui leggi della ragione e della consapevolezza sono confuse annebbiate... Pasolini ha osservato e giudicato i suoi personaggi dall’interno, nel cerchio chiuso di una sotto-società dominata da regole proprie e impermeabile alle sollecitazioni esterne” (Mino Argentieri). ACCATTONE rappresenta la degradazione e l’umile condizione umana di un personaggio della periferia romana, ma contiene anche la “sacralità dell’innocenza” che questa condizione disperata comporta, in ogni società cosiddetta “evoluta”. L’entusiasmo rende imbecilli anche i santi. Nella società dello spettacolo integrato (Guy Debord, diceva), dove tutto è ormai sacro, tutto si può dire o violare. In arte, come nella vita, il padre va ucciso. Il poeta è la fiamma che lo brucia e ci sono maestri della disobbedienza – come Pasolini – che con le loro affabulazioni etiche hanno inchiodato i tribunali delle banalità mercantili nel tanfo della loro epoca. Per sempre. Amen e così sia!
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Pino Bertelli
26 volte luglio 2005

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