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don chisciotte Il titolo completo è La storia di don Chisciotte della Mancha.

Don Chisciotte della Mancia, di Miguel de Cervantes Saavedra
 

estratti

CAPITOLO I

DELLA CONDIZIONE E DELLE OPERAZIONI DEL RINOMATO IDALGO DON CHISCIOTTE DELLA MANCIA.

 

Viveva, non ha molto, in una terra della Mancia, che non voglio ricordare come si chiami, un idalgo di quelli che tengono lance nella rastrelliera, targhe antiche, magro ronzino e cane da caccia. Egli consumava tre quarte parti della sua rendita per mangiare piuttosto bue che castrato, carne con salsa il più delle sere, il sabato minuzzoli di pecore mal capitate, lenti il venerdì, coll'aggiunta di qualche piccioncino nelle domeniche. Consumava il resto per ornarsi nei giorni di festa con un saio di scelto panno di lana, calzoni di velluto e pantofole pur di velluto; e nel rimanente della settimana faceva il grazioso portando un vestito di rascia della più fina. Una serva d'oltre quarant'anni, ed una nipote che venti non ne compiva convivevano con esso lui, ed eziandio un servitore da città e da campagna, che sapeva così bene sellare il cavallo come potare le viti. Toccava l'età di cinquant'anni; forte di complessione, adusto, asciutto di viso; alzavasi di buon mattino, ed era amico della caccia. Vogliono alcuni che portasse il soprannome di Chisciada o Chesada, nel che discordano gli autori che trattarono delle sue imprese; ma per verosimili congetture si può presupporre che fosse denominato Chisciana; il che poco torna al nostro proposito; e basta soltanto che nella relazione delle sue gesta non ci scostiamo un punto dal vero.

Importa bensì di sapere che negli intervalli di tempo nei quali era ozioso (ch'erano il più dell'anno), applicavasi alla lettura dei libri di cavalleria con predilezione sì dichiarata e sì grande compiacenza che obbliò quasi intieramente l'esercizio della caccia ed anche il governo delle domestiche cose: anzi la curiosità sua, giunta alla manìa d'erudirsi compiutamente in tale istituzione, lo indusse a spropriarsi di non pochi dei suoi poderi a fine di comperare e di leggere libri di cavalleria. Di questa maniera ne recò egli a casa sua quanti gli vennero alle mani; ma nissuno di questi gli parve tanto degno d'essere apprezzato quanto quelli composti dal famoso Feliciano de Silva, la nitidezza della sua prosa e le sue artifiziose orazioni gli sembravano altrettante perle, massimamente poi quando imbattevasi in certe svenevolezze amorose, o cartelli di sfida, in molti dei quali trovava scritto: La ragione della nissuna ragione che alla mia ragione vien fatta, rende sì debole la mia ragione che con ragione mi dolgo della vostra bellezza. E similmente allorché leggeva: Gli alti cieli che la divinità vostra vanno divinamente fortificando coi loro influssi, vi fanno meritevole del merito che meritatamente attribuito viene alla vostra grandezza.

Con questi e somiglianti ragionamenti il povero cavaliere usciva del senno. Più non dormiva per condursi a penetrarne il significato che lo stesso Aristotele non avrebbe mai potuto deciferare, se a tale unico oggetto fosse ritornato tra i vivi. Non gli andavano gran fatto a sangue le ferite che dava e riceveva don Belianigi, pensando che di buon diritto nella faccia e in tutta la persona avessero ad essergli rimaste impresse e vestigia e cicatrici, per quanto accuratamente foss'egli stato guarito; ma nondimeno lodava altamente l'autore perché chiudeva il suo libro con la promessa di quella interminabile avventura. Fu anche stimolato le molte volte dal desiderio di dar di piglio alla penna per compiere quella promessa; e senz'altro l'avrebbe fatto giungendo allo scopo propostosi dal suo modello; se distratto non l'avessero più gravi ed incessanti divisamenti. Ebbe a quistionar più volte col curato della sua terra (uomo di lettere e addottorato in Siguenza) qual fosse stato miglior cavaliere o Palmerino d'Inghilterra, o Amadigi di Gaula; era peraltro d'avviso mastro Nicolò, barbiere di quel paese, che niuno al mondo contender potesse il primato al cavaliere del Febo, e che se qualcuno poteva competer con lui, questi era solo don Galeorre fratello di Amadigi di Gaula, da che nulla fu mai d'inciampo alle sue ardite imprese; e non era sì permaloso e piagnone come il fratello, a cui poi non cedeva sicuramente in valore. In sostanza quella sua lettura lo portò siffattamente all'entusiasmo da non distinguere più la notte dal dì, il dì dalla notte; di guisa che pel soverchio leggere e per il poco dormire gli s'indebolì il cervello, e addio buon giudizio. Altro non presentavasi alla sua immaginazione che incantamenti, contese, battaglie, disfide, ferite, concetti affettuosi, amori, affanni ed impossibili avvenimenti: e a tal eccesso pervenne lo stravolgimento della fantasia, che niuna storia del mondo gli pareva più vera di quelle ideate invenzioni che andava leggendo. Sosteneva egli che il Cid Rui Diaz era stato bensì valente cavaliere, ma che dovea ceder la palma all'altro dall'ardente spada, il quale d'un solo manrovescio avea tagliati per mezzo due feroci e smisurati giganti. Più gli piaceva Bernardo del Carpio per avere egli ucciso in Roncisvalle l'incantato Roldano, valendosi dell'accortezza d'Ercole allorché soffocò fra le sue braccia Anteo figlio della Terra. Celebrava il gigante Morgante perché discendendo egli da quella gigantesca genìa, che non dà che scostumati e superbi, pure egli solo porgevasi affabile e assai ben creato. Dava però a Rinaldo di Montalbano sopra ad ogni altro la preferenza, e segnatamente quando lo vedeva uscire dal suo castello, a far man bassa, di quanto gli capitava alle mani, derubando in Aglienda quell'idolo di Maometto che era tutto d'oro secondoché riferisce la sua storia. Avrebbe egli sacrificata la sua serva, e di vantaggio pur la nipote alla smania che tenea d'ammaccare a furia di calci il traditor Ganelone.

In fine perduto affatto il giudizio, si ridusse al più strano divisamento che siasi giammai dato al mondo. Gli parve conveniente e necessario per l'esaltamento del proprio onore e pel servigio della sua repubblica di farsi cavaliere errante, e con armi proprie e cavallo scorrere tutto il mondo cercando avventure, ed occupandosi negli esercizii tutti dei quali aveva fatto lettura. Il riparare qualunque genere di torti, e l'esporre sé stesso ad ogni maniera di pericoli per condursi a glorioso fine, doveano eternare fastosamente il suo nome; e figuravasi il pover'uomo d'essere coronato per lo meno imperadore di Trebisonda in merito del valore del suo braccio. Immerso in tali deliziosi pensieri, ed alzato all'estasi dalla straordinaria soddisfazione che vi trovava, si diede la più gran fretta onde porli ad esecuzione. Applicossi prima di tutto a far lucenti alcune arme di cui si erano valsi i bisavoli suoi, e che di ruggine coperte giacevano dimenticate in un cantone: le ripulì e le pose in assetto il meglio che gli fu possibile, poi s'accorse ch'era in esse una essenziale mancanza, perocché invece della celata con visiera, eravi solo un morione; ma; supplì a ciò la sua industria facendo di cartone una mezza celata, che unita al morione pigliò l'apparenza di celata intera. Egli è vero che per metterne a prova la solidità trasse la spada, e vi diede due colpi col primo dei quali, in un momento solo, distrusse il lavoro che l'aveva tenuto occupato una settimana; né gli andò allora a grado la facilità con cui la ridusse in pezzi; ma ad oggetto che non si rinnovasse un tale disastro, la rifece consolidandola interiormente con cerchietti di ferro, e restò così soddisfatto della sua fortezza che senza metterla a nuovo cimento rinnovando la prova di prima, la ebbe in conto di celata con visiera di finissima tempra.

Si recò da poi a visitare il suo ronzino, e benché avesse più quarti assai d'un popone e più malanni che il cavallo del Gonella — che tantum pellis et ossa fuit — gli parve che non gli si agguagliassero né il Babieca del Cid, né il Bucefalo di Alessandro. Impiegò quattro giorni nell'immaginare con qual nome dovesse chiamarlo, e diceva egli a sé stesso che sconveniva di troppo che un cavallo di cavaliere sì celebre non portasse un nome famoso; e andava perciò ruminando per trovarne uno che spiegasse ciò che era stato prima di servire ad un cavaliere errante, e quello che andava a diventare. Era ben ragionevole che cambiando stato il padrone, mutasse nome anche la bestia, ed uno gliene fosse applicato celebre e sonoro; e quindi dopo aver molto fra sé proposto, cancellato, levato, aggiunto, disfatto e tornato a rifare sempre fantasticando, stabilì finalmente di chiamarlo Ronzinante, nome a quanto gli parve, elevato e pieno di una sonorità che indicava il passato esser suo ronzino, e ciò ch'era per diventare, vale a dire, il più cospicuo tra tutti i ronzini del mondo.

Stabilito con tanta sua soddisfazione il nome al cavallo, s'applicò fervorosamente a determinare il proprio, nel che spese altri otto giorni, a capo dei quali si chiamò don Chisciotte. Da ciò, come fu detto già prima, trassero argomento gli autori di questa verissima storia, che debba essa chiamarsi indubitamente Chisciada e non Chesada, come ad altri piacque denominarla. Si risovvenne il nostro futuro eroe che il valoroso Amadigi non erasi limitato a chiamarsi Amadigi semplicemente, ma che affibbiato vi aveva il nome del regno e della patria, per sua più grande celebrità, chiamandosi Amadigi di Gaula. Dietro sì autorevole esempio, come buon cavaliere decise d'accoppiare al proprio nome quello pur della patria, e chiamarsi don Chisciotte della Mancia, con che, a parer suo, spiegava più a vivo il lignaggio e la patria, e davale onore col prendere da lei il soprannome.

Rese di già lucide l'arme sue, fatta del morione una celata, stabilito il nome al ronzino, e confermato il proprio, si persuase che altro a lui non mancasse se non se una dama di cui dichiararsi amoroso. Il cavaliere errante senza innamoramento è come arbore spoglio di fronde e privo di frutta; è come corpo senz'anima, andava dicendo egli a sé stesso. — Se per castigo de' miei peccati, o per mia buona ventura m'avvengo in qualche gigante, come d'ordinario intraviene ai cavalieri erranti, ed io lo fo balzare a primo scontro fuori di sella, o lo taglio per mezzo, o vinto lo costringo ad arrendersi, non sarà egli bene d'avere a cui farne un presente? laonde poi egli entri, e ginocchioni dinanzi alla mia dolce signora così s'esprima colla voce supplichevole dell'uomo domato: — Io, signora, sono il gigante Caraculiambro, dominatore dell'isola Malindrania, vinto in singolar tenzone dal non mai abbastanza celebrato cavaliere don Chisciotte della Mancia, da cui ebbi comando di presentarmi dinanzi alla signoria vostra, affinché la grandezza vostra disponga di me a suo talento. Oh! come si rallegrò il nostro buon cavaliere all'essersi così espresso! ma oh quanto più si compiacque poi nell'avere trovato a chi dovesse concedere il nome di sua dama! — Soggiornava in un paese, per quanto credesi, vicino al suo, una giovanotta contadina di bell'aspetto, della quale egli era stato già amante senza ch'ella il sapesse, né se ne fosse avvista giammai, e chiamavasi Aldolza Lorenzo; e questa gli parve opportuno chiamar signora de' suoi pensieri. Dappoi cercando un nome che non discordasse gran fatto dal suo, e che potesse in certo modo indicarla principessa e signora, la chiamò Dulcinea del Toboso perché del Toboso appunto era nativa. Questo nome gli sembrò armonioso, peregrino ed espressivo, a somiglianza di quelli che allora aveva posti a sé stesso ed alle cose sue.

CAPITOLO II

DELLA PRIMA PARTITA CHE FECE L'NGEGNOSO DON CHISCIOTTE DALLA SUA TERRA.

Fatti questi apparecchi, non volle differire più oltre a dar esecuzione al suo divisamento, affrettandolo a ciò la persuasione che il suo indugio lasciasse un gran male nel mondo; sì numerose erano le ingiurie che pensava di dover vendicare, i torti da raddrizzare, le ingiustizie da togliere, gli abusi da correggere, i debiti da soddisfare. Senza dunque far parola a persona di quanto aveva divisato, e senza essere veduto da alcuno, una mattina del primo giorno (che fu uno dei più ardenti) del mese di luglio, armato di tutte le sue armi salì sopra Ronzinante, si adattò la sua malcomposta celata, imbracciò la targa, prese la lancia, e per la segreta porta di una corticella uscì alla campagna, ebro di gioia al vedere con quanta facilità aveva dato principio al suo nobile desiderio. Ma non appena si vide all'aperto, gli sopravvenne un terribile pensiero, che per poco non lo fece desistere dalla cominciata impresa; risovvenendosi allora ch'egli non era armato cavaliere, e che quindi conformemente alle leggi di cavalleria, né potea né dovea condursi a battaglia contro verun cavaliere di questo mondo: oltre di che, quand'anche già fosse stato cavaliere novizzo avrebbe dovuto portare armi bianche senza impresa nello scudo finché non la guadagnasse col proprio valore. Questi pensieri lo fecero titubante nel suo proposito; ma più d'ogni ragione potendo in lui la pazzia, propose seco stesso di farsi armar cavaliere dal primo in cui s'imbattesse, ad imitazione di altri molti che di tal guisa si regolarono, come aveva letto nei libri che a tale lo avevano condotto. Quanto alla bianchezza dell'arme pensò di forbirle al primo villaggio per modo che vincessero l'ermellino; e con questo s'acquetò e proseguì il suo viaggio senza calcar altra via che quella ove fosse piaciuto al suo cavallo di condurlo, tenendo per fermo che in ciò consistesse la forza delle avventure.

Così camminando il nostro novello venturiero parlava fra sé e diceva: «Chi può dubitare che nei tempi avvenire quand'esca alla luce la vera storia delle famose mie gesta, il savio che la scriverà, accingendosi a dar conto di questa mia prima uscita sì di buon'ora, non cominci in questa maniera? — Aveva appena per l'ampia e spaziosa terra il rubicondo Apollo stese le dorate fila dei suoi vaghi capelli, e appena i piccoli dipinti augelli con le canore lor lingue avevano salutato con dolce melliflua armonia lo spuntare della rosea Aurora, la quale abbandonando le morbide piume del geloso marito mostravasi per le porte e finestre del Mancego orizzonte a' mortali, quando il famoso don Chisciotte della Mancia, lasciate le oziose piume, salì sul famoso suo cavallo Ronzinante, e cominciò a scorrere l'antica e celebre campagna di Montiello… (ed era il vero, da che battea quella strada) poi soggiunse esclamando; «Oh età fortunata, o secolo venturoso in cui vedranno la luce le famose mie imprese, degne di essere incise in bronzi, scolpite in marmi, e dipinte in tele per eterna memoria alla posterità! O tu savio incantatore, chiunque tu sia per essere, a cui sarà dato in sorte d'essere il cronista di questa peregrina storia, priegoti non obliare il mio buon Ronzinante, perpetuo compagno in ogni mio viaggio e vicenda.» Talora prorompeva come se fosse stato innamorato da vero: «Ah principessa Dulcinea, signora di questo prigioniero mio cuore, gran torto mi avete fatto col darmi commiato comandandomi altresì ch'io non osi mai più comparire al cospetto della vostra singolare bellezza. Vi scongiuro, signora mia, di rammentarvi di questo cuore che v'è schiavo, e che tanto soffre per amor vostro!» Andava egli a questi infilzando altri spropositi, alla maniera di quelli che aveva appresi dai suoi libri imitandone a tutta sua possa il linguaggio; e intanto procedeva sì lento, e il sole, alzandosi, mandava un ardor sì cocente, che avrebbe potuto diseccargli il cervello, se pur gliene fosse rimasto alcun poco.

A questo modo viaggiò tutto quel giorno senza che gli avvenisse cosa degna d'essere ricordata; del che disperavasi, bramando avidamente che gli si offerisse occasione da cimentare il valor del suo braccio. Alcuni autori affermano che la prima sua avventura fu quella del Porto Lapice: altri dicono quella dei mulini da vento: quello però che ho potuto riconoscere, e che trovai scritto negli annali della Mancia si è ch'egli andò errando per tutto l'intiero giorno, e che all'avvicinarsi della notte sì egli come il suo ronzino, si trovarono spossati e morti di fame. Che girando l'occhio per ogni parte per vedere se gli venisse scoperto qualche castello o abituro pastorale ove ricovrarsi e trovar di che rimediare a' suoi molti bisogni, vide non lungi dal cammino pel quale andava, un'osteria, che gli fu come vedere una stella che lo guidasse alla soglia, se non alla reggia della felicità. Affrettò il passo, e vi giunse appunto sul tramontare del giorno. Stavano a caso sulla porta due giovanotte di quelle che si chiamano da partito, le quali andavano a Siviglia con alcuni vetturali che avevano divisato di passar ivi la notte. Siccome tutto ciò che pensava o vedeva o fantasticava il nostro avventuriere, tutto dentro di lui pigliava forma e sembianza della pazzia che le sue letture gli avevano fitta in capo; così appena scorse l'osteria, gli fu d'avviso di vedere un castello colle sue quattro torri, con capitelli di lucido argento, con ponte levatoio sovrastante a profondo fosso, e fornito di tutte quelle altre appartenenze che sogliono essere attribuite a siffatte abitazioni. Avviatosi dunque all'osteria o castello, secondo che a lui pareva, e giuntovi da vicino, raccolse le briglie e fermò Ronzinante, attendendo che qualche nano si facesse dai merli a dar segno colla tromba che arrivava al castello un cavaliere. Ma vedendo poi che tardavano; e che Ronzinante smaniava di far capo nella stalla, s'accostò alla porta dell'osteria sulla quale stavano le due mal costumate ragazze, che a lui sembrarono due molto vaghe donzelle, ovvero due galanti signore che vagassero a bel diporto.

Avvenne che un porcaio per raccozzare un branco di porci (che con sopportazione così appunto si chiamano) suonò un corno al cui segnale tutti son usi di unirsi; e questo fece pago il desiderio di don Chisciotte, immaginandosi egli che un nano annunziasse così la sua venuta. Con gioia ineffabile s'accostò quindi alla porta e alle signore, le quali vedendo avvicinarsi un uomo armato a quel modo con lancia e targa, spaventate, si volsero per cacciarsi nell'osteria. Ma don Chisciotte, arguendo dalla lor fuga la paura che le incalzava, alzò la sua visiera di cartone, e facendo vedere la sua secca e polverosa faccia, disse loro con gentil modo e con voce tranquilla: «Non fuggano le signorie vostre, né paventino d'oltraggio alcuno, da che l'ordine cavalleresco da me professato divieta di far torti a chicchessia, massimamente poi a donzelle d'alto lignaggio, quali la presenza vostra vi fa conoscere.» Le due giovani lo andavano osservando, e cercavano di vedergli bene la faccia, che poco si scopriva di sotto alla trista visiera; ma quando s'intesero chiamar donzelle, nome sì opposto alla loro professione, non poterono contenersi dal ridere, in modo che don Chisciotte se ne risentì, e disse loro: «Quanto un dignitoso contegno s'addice alle belle, tanto sta male che prorompano per lieve cagione in tali risate; non per questo ve ne rimprovero, ma ciò vi dico solo per desiderio che siate di animo benigno verso di me, ché il mio è tutta volontà di servirvi.» Il linguaggio non inteso dalle donne e la trista figura del nostro cavaliere accresceano in esse le rise e in lui la collera; e la cosa sarebbe andata oltre se in quel momento non usciva l'oste, che per essere molto grasso era anche molto pacifico. Il quale al vedere quella contraffatta figura, armata d'armi tra loro così discordanti, com'erano le staffe lunghe, la lancia, la targa ed il corsaletto, fu per mettersi a ridere anch'egli non meno delle due giovani; ma tenendolo in qualche rispetto una macchina fornita di tante munizioni, pensò di parlargli garbatamente e gli disse: «Se la signoria vostra, signor cavaliere, domanda di essere alloggiata, dal letto in fuori (ché non ve n'ha pur uno in questa osteria) troverà in tutto di che soddisfarsi abbondevolmente.» Vedendo don Chisciotte la gentilezza del governatore della fortezza (che tale a lui rassembrarono e l'oste e l'osteria) rispose: «A me, signor castellano, ogni cosa mi basta, perché miei arredi son l'armi, e mio riposo il combattere.» L'oste s'immaginò che don Chisciotte gli avesse dato il nome di castellano per averlo creduto un sempliciotto Castigliano mentre era invece di Andalusia, e di quelli della riviera di San Lucar, non dissimile a Caco nei ladronecci, e non meno intrigatore d'uno studente o d'un paggio: e quindi gli rispose in questo modo: «A quanto dice la signoria vostra, i suoi letti debbon essere dure pietre, e il suo dormire una continua veglia: e se così è, ella abbia pure per certo che qui troverà le più opportune occasioni da non poter chiuder occhio per un anno intiero, non che per una sola notte.»

Ciò detto fu a tenere la staffa a don Chisciotte, il quale smontò con grande stento e fatica, come colui che in tutto quel giorno era ancora digiuno, e raccomandò subito all'oste d'avere la più gran cura del suo cavallo che era la miglior bestia che fosse al mondo. L'oste lo squadrò, e non gli parve quella gran cosa che don Chisciotte diceva, però allogatolo nella stalla, si recò subito a ricevere i comandi dell'ospite suo. Questi si lasciava disarmare dalle donzelle già rappattumate con lui, ma benché gli avessero tolto di dosso la corazza e gli spallacci, non trovaron elleno via né verso di aprirgli la goletta, né di levargli la contraffatta celata, che tenea assicurata con un legaccio verde; e volendogliela levare, bisognava toglierne i nodi, al che don Chisciotte si rifiutò risolutamente. Se ne rimase pertanto tutta quella notte con la celata, ciò che rendeva la più ridicola e strana figura che immaginar si possa. Mentre poi lo venivano disarmando (immaginando egli che quelle femmine scostumate fossero principali signore o dame di quel castello) disse loro con singolar gentilezza:

«Cavalier non vi fu mai
Dalle donne ben servito
Come il prode don Chisciotte
Quando uscì dal patrio lito.
Pensâr dame al suo destino,
Principesse al suo Ronzino!

o piuttosto Ronzinante; perché questo, signore, è il nome del mio cavallo, ed il mio proprio è don Chisciotte della Mancia. Io veramente avevo divisato di non appalesarmi se non per qualche impresa da me condotta a glorioso fine in servigio vostro; ma la necessità di accomodare al presente proposito quella vecchia romanza di Lancilotto fu causa che voi lo abbiate saputo fin d'ora. Tempo verrà per altro in cui le signorie vostre mi comanderanno, ed io loro obbedirò; e sarà allora che il valor del mio braccio vi proverà il desiderio che ho di servirvi.» Le allegre giovani non avvezze a simili ragionamenti, non risposero parola, ma gli domandarono solamente se desiderava mangiar qualche cosa. — Qualunque cosa, rispose don Chisciotte, giacché mi pare che ne sia ben tempo.

Avvenne che per essere venerdì non eravi in quell'osteria se non se qualche pezzo di un pesce chiamato Abadescio in Castiglia, Merluzzo in Italia, nell'Andalusia Baccagliao, e altrove Curadiglio e Trucciola, né altro v'era da potergli dare. «Se vi sono molte trucciuole, disse don Chisciotte, potranno servire in luogo di una truccia grande, poiché a me tanto fanno otto reali quanto una pezza da otto, e potrebbe anche darsi che queste trucciole fossero come il vitello ch'è migliore della vacca, e il capretto che è più saporito del caprone: sia però come si voglia, mi si porti tantosto, perché la fatica e il peso dell'arme non si possono sostenere quando il ventre non è ben governato» Gli fu posta la tavola presso la porta dell'osteria al fresco, e l'oste gli recò una porzione del più mal bagnato e peggio cotto merluzzo, ed un pane tanto nero ed ammuffato quanto le sue arme. Fu argomento di grandi risate il vederlo mangiare; poiché avendo tuttavia la celata e alzata la visiera, nulla potea mettersi in bocca colle proprie mani se da altri non gli era pôrto, e perciò una di quelle sue dame si mise ad eseguire quell'ufficio. Ma in quanto al dargli da bevere, non fu possibile, né avrebbe bevuto mai se l'oste non avesse bucata una canna, e postagliene in bocca una dell'estremità, non gli avesse per l'altra versato il vino; e tutto questo egli comportò pazientemente, purché non gli avessero a rompere i legacci della celata. In questo mezzo giunse per sorte all'osteria un porcaio, il quale al suo arrivare suonò un zuffoletto di canna quattro o cinque volte. Allora don Chisciotte finì di persuadersi che trovavasi in qualche famoso castello, ove era servito con musica; che i pezzi di merluzzo eran trote; che il pane era bianchissimo; dame quelle femmine di partito; l'oste governatore del castello: e quindi chiamava ben avventurosa la sua risoluzione e il suo viaggio. Ciò per altro che molto lo amareggiava si era di non vedersi ancora armato cavaliere, sembrandogli di non potersi esporre giuridicamente ad alcuna avventura senza avere da prima con buona forma ricevuto l'ordine della cavalleria.

CAPITOLO III

DEL GENTIL MODO CON CUI DON CHISCIOTTE FU ARMATO CAVALIERE.

 

Travagliato da questo pensiero accelerò il fine della scarsa cena che quella taverna gli aveva somministrata; poi chiamato a sé l'oste, si chiuse con lui nella stalla, ed ivi buttandosegli ginocchioni dinanzi, gli disse: «Non mi leverò mai di qua, o valoroso cavaliere, se prima io non ottenga dalla vostra cortesia un dono che mi fo ardito a chiedervi, il quale ridonderà a gloria vostra ed a vantaggio del genere umano.» L'oste, che vide l'ospite a' piedi suoi, e udì questa fanfaluca, stavasene confuso guardandolo senza saper che fare o che dirgli; né mai per pregar che facesse ottenne che si rizzasse, finché non gli ebbe promesso di fare quanto gli chiederebbe. «Meno attendermi non dovea dalla vostra magnificenza, o mio signore, riprese don Chisciotte; ed ora vi dico che il dono che intendo di chiedervi, e che già mi vien conceduto dalla liberalità vostra, si è che domani mattina mi abbiate ad armar cavaliere. Questa notte io veglierò l'arme nella chiesetta di questo vostro castello; e domani mattina, come ho detto, darem compimento a quello che tanto desidero, affinché mi sia lecito scorrere le quattro parti del mondo, cercando avventure in favore dei bisognosi, com'è debito della cavalleria, e de' cavalieri erranti qual mi sono io, il desiderio è tutto volto a simile imprese.»

L'oste, il quale, come si è detto, era volpe vecchia, ed aveva già qualche sospetto che l'ospite suo avesse dato volta al cervello, se ne persuase intieramente nel sentirlo così ragionare: e per aver da ridere in quella notte si risolse di secondarne l'umore. Gli disse pertanto che quel suo divisamento era indizio della più fina prudenza, e che una tale sua inclinazione era tutta propria e connaturale a cavalieri di quell'alta portata, ch'egli mostrava di essere, e di cui faceva testimonianza la sua galante presenza; indi aggiunse ch'egli stesso nei primi anni di sua giovinezza erasi dedicato a quell'onorevole esercizio, recandosi a tal fine in varie parti del mondo, cercando avventure, e visitando Perceli di Malaga, l'isola di Riarano, il Compasso di Siviglia, l'Azzoghescio di Segovia, l'Oliviera di Valenza, Rondigli di Granata, la spiaggia di San Lucar, il porto di Cordova, le Ventiglie di Toledo, e molti altri paesi. Che quivi egli aveva esercitata la leggerezza de' suoi piedi e la pieghevolezza delle sue mani, occupandosi in ogni maniera di ribalderie; facendo cioè continui torti, sollecitando molte vedove, svergognando non poche donzelle, ingannando molti pupilli, e finalmente rendendosi noto a quante curie e tribunali ha la Spagna; da ultimo poi esser venuto a starsene in quel suo castello dove si viveva colla propria e colla roba altrui, prestando ricovero a tutti i cavalieri erranti d'ogni qualità e condizione, unicamente per la molta affezione che ad essi portava, e per la speranza che nel prender commiato, dovessero dividere con lui ciò che avevano, in ricambio delle sue buone intenzioni. Soggiunse poi che in quel castello non v'era chiesetta in cui vegliar l'arme, giacché l'avea demolita per rifabbricarla di nuovo, ma che sapea benissimo che in caso di necessità poteasi far quell'ufficio ove più tornasse in acconcio, e che quindi potea quella notte vegliarle in un andito del castello; e la mattina, col favore del cielo, sariensi compiute le debite cerimonie, di maniera che egli si trovasse armato cavaliere, e tal cavaliere qual verun altro nel mondo. Gli domandò inoltre se aveva seco denari: ma don Chisciotte rispose di non aver nemmanco un quattrino, non avendo mai letto che alcun cavaliere errante portasse denari con sé. A ciò l'oste rispose che egli viveva in errore, mentre supposto pure che di ciò non si facesse menzione alcuna nelle storie, gli scrittori l'aveano omesso, giudicando che non bisognasse notare una cosa sì evidente e sì necessaria quanto è questa di non andar mai senza denari e biancherie di bucato; e non doversi perciò dubitare che non ne fossero ben provveduti. Avesse quindi per fermo e incontrastabile, che tutti gli erranti cavalieri, dei quali son pieni cotanti libri, portavano seco una borsa molto ben provveduta per tutto quello che loro potesse avvenire, e che in oltre recavano seco biancherie, ed una cassettina piena d'unguenti per le ferite che riceveano; poiché nei campi e nei deserti dov'essi combattevan e rimanevan feriti, non si trovava sempre chi all'istante imprendesse la loro cura, a meno che qualche savio incantatore loro affezionato non li volesse soccorrere, facendo giungere a volo per l'aria in una nube, o una donzella od un nano con una tazza piena d'acqua di tal virtù, che a gustarne per una goccia guarivano dalle piaghe e dalle ferite come se non avessero mai avuto alcun male. Ma potendo anche mancare questo soccorso, i cavalieri antichi trovarono sempre assai necessario che i loro scudieri avessero seco denari, ed altre indispensabili cose, come a dire fili e unguenti per medicarsi; e quelli che mancavano di scudieri (ciò che assai di rado avveniva) portavano eglino stessi siffatte cose in bisacce tanto sottili che quasi non si scorgevano, mettendole sulla groppa del cavallo come se fossero oggetti di maggiore importanza; giacché fuori di simile necessità non fu mai costume dei cavalieri erranti di portar seco bisacce. Però lo consigliava caldamente ed anche glielo comandava come a figlioccio qual era o stava per essere, che in avvenire non viaggiasse mai senza denari e senza le suggerite precauzioni, poiché quando meno se lo pensava conoscerebbe col fatto quanto gli gioverebbe l'esserne provveduto. Promise don Chisciotte di fare quanto gli era consigliato dopo di che fu deciso ch'egli vegliasse l'arme in un vasto cortile che stava a lato di quell'osteria.

Raccolte che l'ebbe tutte, le pose sopra una pila che giaceva a canto di un pozzo; ed imbracciata la targa, e presa la lancia, misesi a passeggiar loro dinanzi col miglior garbo del mondo, avendo cominciato il passeggio all'avvicinarsi della notte. L'oste informò quanti ritrovavansi nell'albergo della pazzia dell'ospite suo, della veglia che faceva all'arme e della fiducia in cui era di dover essere armato cavaliere. Parve a tutti mirabile quel nuovo genere di pazzia, e fattisi ad un luogo donde potevano spiare quello che il nuovo arrivato facesse, videro che con decorosa gravità talor passeggiava, e talvolta appoggiato alla sua lancia tenea l'occhio fisso all'arme sue senza levarnelo per buon tratto di tempo. Si fece poi notte del tutto, ma la luna mandava così gran luce, da poter quasi gareggiare coll'astro che gliela prestava; di modo che ciascuno vedeva benissimo tutto ciò che il novello cavaliere faceva. In questo mezzo saltò in capo ad uno dei vetturali che stavano nell'osteria di abbeverare i suoi muli, e gli fu perciò mestieri di levar dalla pila l'arme di don Chisciotte; il quale vedendo costui, con alta voce esclamò: «Oh tu qual sia, ardito cavaliere che osi por mano sull'arme del più valoroso errante che abbia giammai cinto spade, pon mente a quello che fai, e non toccarle se non vuoi pagare colla vita il fio del tuo grave ardimento.» Il vetturale non si curò di quelle ciancie (e questo fu gran male per lui che poi dovette curare la propria salute), e prendendo le cinghie dell'armatura, la scagliò gran tratto lontano da sé. Quando don Chisciotte ciò vide levò gli occhi al cielo, e volto il pensiero, per quanto parve, a Dulcinea sua signora, disse: «Soccorretemi, signora mia, nel primo cimento che presentasi a questo mio petto vassallo vostro; deh non manchi a me in questo primo incontro il favor vostro e la vostra difesa!» Proferendo queste ed altre tali filastrocche, deposta la targa, alzò a due mani la lancia, e dato con essa un gran colpo sulla testa a quel vetturale, lo stramazzò così malconcio, che se un altro gliene accoccava non avria più avuto bisogno di medico che il risanasse. Ciò fatto, raccolse l'arme sue, e ricominciò a passeggiare colla stessa tranquillità di prima.

Di lì a non molto, essendo ignaro del fatto, perché il vetturale giaceva tuttavia fuor di sé, un altro ne sopravvenne, avvisandosi, come il primo, di abbeverar i suoi muli. Anche costui tolse l'arme onde sbarazzare la pila; ma l'irato don Chisciotte, senza proferir parola o chieder favore a chicchessia, getta una seconda volta la targa, e alzata la lancia, senza romperla, della testa del vetturale ne fece più di tre, giacché la spaccò in quattro parti. Accorse al rumore tutta la gente che trovavasi nell'osteria e cogli altri anche l'oste. Come don Chisciotte li vide imbracciò la targa; e posto mano alla spada così imprese a dire: «O donna di beltà, vigore e sostegno dell'affievolito mio cuore, ora è il tempo che tu rivolga gli occhi della tua grandezza a questo cavalier tuo prigione, a cui è imminente così perigliosa ventura!» E tanto lo accese il fervore con cui pronunziò queste parole, che non l'avriano fatto retrocedere tutti i vetturali del mondo. I compagni dei feriti, vedendoli pesti a quel modo, cominciarono da lontano a mandare sopra don Chisciotte una pioggia di pietre, ed egli andavasi parando alla meglio colla targa, e non osava scostarsi dalla pila per non abbandonare le arme. L'oste gridava forte che nol maltrattassero, avendo già fatto saper loro ch'era un pazzo, e che un pazzo la passerebbe netta quand'anche li ammazzasse tutti. Don Chisciotte dal canto suo con più alta voce li chiamava tutti codardi, e traditori aggiungendo che il signor del castello era un vile e malnato cavaliere, dacché tollerava che si trattassero a quel modo i cavalieri erranti: e buon per lui ch'egli non era per anche armato cavaliere, altrimenti gli avrebbe fatto pagar il fio del suo tradimento. «Di voi poi, ribalda e bassa canaglia, non fo verun conto: scagliate, accostatevi, oltraggiatemi quanto potete, che ben avrete il guiderdone che si conviene alla vostra stolida audacia.» Proferì queste parole d'un modo sì risoluto e sì franco che mise uno spavento terribile negli assalitori: i quali tra per questo, e per le persuasioni dell'oste, cessarono dal colpirlo, e si ristette pur egli dal tentar di ferire, tornando alla veglia dell'arme sue con la stessa tranquillità e col sussiego di prima.

Non parvero punto piacevoli all'oste le burle di questo suo ospite, e quindi si decise di finirla di quel suo malaugurato desiderio di essere armato cavaliere, prima che non avvenisse di peggio. Accostatosi a lui pertanto si scolpò di quanto gli era stato fatto da quella bassa gente, che senza sua saputa era arrivata a tanto eccesso, e lo assicurò che a suo tempo ne pagherebbero il fio. Gli ripeté, come gli aveva detto già prima, che in quel castello non trovavasi chiesetta, la quale per altro non era necessaria, mentre ciò che importava per essere armato cavaliere consisteva nello scapezzone e nella piattonata per quanto egli sapeva del cerimoniale dell'ordine; e che ciò potea farsi anche in mezzo ad una campagna. Aggiunse che egli aveva adempito già all'obbligo di vegliar l'arme, giacché bastavano due ore sole, ed egli ne aveva vegliate già più di quattro. Se ne persuase don Chisciotte, e gli disse ch'era pronto ad obbedirlo, e che s'affrettasse a compiere ogni cosa colla maggior prestezza possibile: perché se un'altra volta fosse assalito quand'egli si trovasse già armato cavaliere, aveva deciso di non lasciar in quel castello persona viva, tranne coloro che da lui fosse comandato di rispettare, ai quali per amor suo perdonerebbe la vita. Impaurito il castellano da tale protesta e da quanto aveva veduto, andò subito a prendere un libro in cui registrava il fieno e l'orzo che dava ai vetturali, e facendosi recare da un ragazzo un pezzo di candela, seguito dalle due già dette donzelle, venne alla volta di don Chisciotte. Gli comandò allora di mettersi ginocchione e leggendo il suo manuale, a modo come se recitasse qualche divota orazione, a mezza lettura alzò la mano, e gli diede un gran scappellotto, poi colla sua medesima spada una gentil piattonata, mormorando fra i denti come uno che recitasse qualche preghiera. Fatto ciò, comandò a una di quelle dame che gli cingesse la spada, la qual cosa essa eseguì con molta disinvoltura e buon garbo, che veramente era difficile contenersi dal ridere a ogni passo della cerimonia: ma le prodezze che avevano veduto eseguire dal novello cavaliere mettevan freno agli scherzi. Nel cingergli la spada, la buona signora gli disse: «Dio faccia che la signoria vostra riesca il più fortunato de' cavalieri, e ch'abbia gloria in ogni cimento.» Don Chisciotte allora la richiese del suo nome per sapere a cui fosse tenuto di tanto favore, divisando di farla partecipe dell'onore che meritar si potesse mediante il valore del suo braccio. Rispose ella con molta modestia, che chiamavasi la Tolosa, figliuola d'un ciabattino originario di Toledo, il quale faceva il suo mestiere nelle botteguccie di Sancio Bienaia, e che lo avrebbe servito e tenuto per signore dovunque avesse avuto la sorte d'avvenirsi in lui. La replicò don Chisciotte che gli facesse favor per l'avvenire di pigliarsi il don, chiamandosi donna Tolosa; ed essa glielo promise. Lo stesso colloquio tenne con l'altra donzella, che gli mise lo sprone; la domandò del suo nome, ed essa rispose che chiamavasi Molinara, e ch'era figliuola d'un onorato mugnaio d'Antechera. A questa pure domandò don Chisciotte il favor che chiamar si facesse donna Molinara, offrendosele ad ogni suo servigio e favore. Compiute poscia colla più gran fretta le cerimonie non mai vedute prima d'allora, don Chisciotte non volle tardare pur un momento a mettersi a cavallo per andare in traccia di venture. Posta quindi senza indugio la sella a Ronzinante vi salì sopra, ed abbracciando il suo albergatore gli disse le cose più strane del mondo (ringraziandolo senza fine del favore di averlo armato cavaliere), e tali che non sarebbe possibile riferirle a dovere. L'oste, oltremodo voglioso di vederlo fuori dell'osteria, rispose con non minore ampollosità, ma con più brevi parole, e senza chiedergli pagamento dell'alloggio lasciollo andare alla sua buon'ora.

CAPITOLO LXXII

COME DON CHISCIOTTE CADDE AMMALATO, E DEL TESTAMENTO
CHE FECE E DELLA SUA MORTE.

 

Conciossiacosaché le umane cose non possono essere eterne, declinando elleno sempre dai loro principî finché giungono all'ultimo fine, e ciò è specialmente proprio delle vite degli uomini, così non avendo la vita di don Chisciotte alcun particolare privilegio dal Cielo che la conservasse, pervenne al suo termine ed all'ultima sua ora quando egli meno se la aspettava. O fosse la malinconia che s'ingenerava in lui per essere stato vinto, ovvero la disposizione del Cielo che così ordinava, fu preso da una febbre che lo tenne sei giorni a letto, nei quali era sempre visitato dal curato, dal baccelliere e dal barbiere, suoi amici, oltre di che il suo buon scudiere Sancio Pancia non si discostò mai dal suo capezzale. Sospettavano tutti che il cordoglio di essere stato vinto e di non poter vedere compiti i suoi voti colla libertà e col disincanto di Dulcinea lo avesse ridotto a quello stato, e però tentavano ogni via per distrarlo, dicendogli il baccelliere che stesse di buon animo e pensasse ad escire dal letto a fine di dare cominciamento al pastorale esercizio, per cui aveva già apparecchiata un'egloga che ne disgradava quante ne avesse composte il celebre Sanazzaro; ed in oltre che aveva già comperato co' suoi propri danari due valentissimi cani per custodia del bestiame, l'uno chiamato Barcino, l'altro Butrone, venduti a lui da un pecoraio di Chintanar. Ma non per questo don Chisciotte poteva togliersi d'intorno la malinconia. I suoi amici chiamarono allora il medico, che gli tastò il polso, e non se ne mostrò punto contento: anzi disse che era bene attendere alla salute dell'anima, perché quella del corpo stava in pericolo. Don Chisciotte lo ascoltò con animo riposato, ma non così fu della sua serva, della nipote e dello scudiere, i quali cominciarono a lagrimare dirottamente, come se già se lo vedessero morto. Il parere del medico fu che stesse per consumarsi una vita troppo oppressa di disgusti e di afflizioni. Pregò allora don Chisciotte che lo lasciassero solo, perché voleva dormire un poco, e così fecero; ed egli dormì un sonno di oltre sei ore, così profondo, che la serva e la nipote temevano che non si avesse a risvegliare mai più. Si destò finalmente, passato quel tempo, e con alta e sonora voce disse: — Benedetto sia l'onnipotente Iddio che tanto bene ci ha fatto! Le sue misericordie non hanno confine né dai peccati degli uomini vengono mai impedite o menomate!» Stette la nipote attenta alle parole dello zio, e le parvero più a proposito di quelle ch'egli solesse dire, durante almeno quella malattia. Ella gli dimandò: — Che cosa dice signor zio? Vi è niente di nuovo? Di che misericordie intende ella? Di che peccati degli uomini? — Le misericordie, o nipote mia, rispose don Chisciotte, sono quelle che in questo istante ha usato meco Domeneddio, le quali, come ho detto, non sono menomate dai miei peccati: io tengo già il giudizio libero e sano, scevro dalle ombre caliginose dell'ignoranza in cui mi aveva posto una continua e detestabile lettura dei libri di cavalleria; conosco adesso i passati spropositi e imbrogli, e mi duole soltanto di essermene avveduto troppo tardi senz'avere più mezzo di risarcire il tempo perduto colla lettura di altri libri che siano luce dell'anima. Mi sento, nipote mia dolcissima, presso alla mia ultima ora, la quale vorrei passare in modo da far giudicare a tutti che la mia trascorsa vita non è stata tanto sciagurata da lasciare dopo di me la riputazione di pazzo; e sebbene io fui tale pur troppo, vorrei togliere dal mondo questo mal odore di me in questi estremi momenti. Chiamami, ti prego, o figliuola, i miei buoni amici, il curato, il baccelliere Sansone Carrasco e mastro Niccolò barbiere, che ora voglio confessarmi e fare il mio testamento.

La nipote risparmiò la fatica di andarli a chiamare, poiché entrarono in quel punto tutti e tre nella stanza. Appena don Chisciotte li vide, disse loro: — Congratulatevi meco, miei buoni amici, che io ho cessato di essere don Chisciotte della Mancia, e sono quell'Alonso Chisciano che per i miei esemplari costumi ero chiamato il buono. Dinanzi a voi mi dichiaro nemico di Amadigi di Gaula e di tutto l'infinito stuolo della sua stirpe; adesso mi vengono in odio tutte le storie profane della cavalleria errante; adesso conosco la mia balordaggine ed il pericolo che ho corso nelle mie letture; adesso per misericordia del Signore Iddio imparo a mio costo a dispregiarle e ad averle in abbominazione.» Quando tutti e tre udirono questo discorso, giudicarono senz'altro che lo avesse colto qualche nuova pazzia, ed il baccelliere Sansone Carrasco disse:

— E che è questo, o signor don Chisciotte? Ora che abbiamo nuove che la signora Dulcinea non è più incantata e che ci manca tanto poco per diventare pastori e passare cantando la nostra vita beatamente, vossignoria si vuol far romito? Si accheti un poco, torni in se stesso, sbandisca dall'animo le malinconie. — Quelle, replicò don Chisciotte, che mi hanno recato tanto danno sinora, spero che la morte le convertirà in mio vantaggio col divino aiuto: io sento, o signori, che vado morendo a gran passi; però lasciamo le burle, e conducetemi tosto un confessore che mi ascolti ed un notaio che scriva il mio testamento; nel frangente in cui sono non resta più da scherzare; e voi, signor curato, usatemi la carità di confessarmi, e vadano gli altri pel notaio.» Tutti si guardarono in faccia l'un l'altro, attoniti alle parole che don Chisciotte aveva dette, e quantunque dubbiosi, vollero prestargli fede. Uno degl'indizi da cui conghietturarono ch'egli si avvicinasse alla morte, fu il suo rapidissimo passaggio dalla follia alla saggezza, poiché ai discorsi già riferiti altri ne aggiunse sì bene pensati, sì cristiani, sì giusti, che tolta affatto ogni perplessità, si persuasero che fosse realmente tornato in buon cervello. Il curato fece uscire di camera tutti, e rimasto solo con lui, lo confessò. Il baccelliere Carrasco andò pel notaio, e tornò presto con esso e con Sancio Pancia, il quale già informato dal baccelliere dell'estremo pericolo in cui stava il suo padrone, si unì tosto alla serva e alla nipote, e si mise a fare le boccacce ed a strillare disperatamente. Finì la confessione, ed il curato escì fuori dicendo: — Muore daddovero e muore con sana mente Alonso Chisciano il buono: potete entrare, miei signori, perché ora faccia il suo testamento.» Diedero, queste nuove, terribile spinta ai gravidi occhi della nipote, della serva e di Sancio, di maniera che sgorgavano a torrenti le lagrime, e uscivano dal loro petto mille profondi sospiri. Si è già alcuna volta osservato che sino a tanto che don Chisciotte fu Alfonso Chisciano il buono, e non altro, ed anche quando fu don Chisciotte della Mancia, si mantenne egli di piacevole condizione e di tratto urbano, e quindi era ben veduto non solo da quelli di casa sua, ma ben anche da quanti lo conoscevano.

Il notaio entrò con tutti gli altri in camera, e dopo avere scritto l'introduzione del testamento, e raccomandata a Dio l'anima di don Chisciotte con tutte le forme cristiane che sono d'uso, venendo ai legati, disse: — Item, è mia volontà che a Sancio Pancia, il quale nella mia pazzia io m'avevo eletto scudiere, non sia cercato verun conto dei danari che teneva di mia ragione, essendo corse fra lui e me varie partite e disgusti e differenze. Se ne sopravanzassero, dopo essersi pagato di quanto gli debbo, il restante sia tutto suo che già sarà poca cosa, e in ogni modo buon pro gli faccia; e se quando io era pazzo mi era proposto di dargli il governo d'un'isola, ora che sono in giudizio gli darei il governo di un regno, se lo avessi, perché la strettezza della sua condizione e la fedeltà meritano ogni cosa.

Rivoltosi a Sancio, gli disse: — Perdonami amico, le occasioni che ti ho date di parer pazzo con me, facendoti cadere nell'errore in cui io era che vi fossero o vi siano al mondo cavalieri erranti. — Ahi, rispose Sancio in mezzo ai singulti, vossignoria non muoia signor mio, pigli il mio consiglio, badi a vivere, ché non può fare l'uomo peggiore bestialità in questa vita del lasciarsi morire così alla babbalà, senzaché nessuno lo ammazzi né altre mani lo finiscano fuorché quelle della malinconia; non si lasci per carità cogliere dalla poltroneria, e si levi da questo letto che anderemo in campagna vestiti da pastori come siamo rimasti d'accordo; e chi sa che dietro a qualche bosco non troviamo la signora donna Dulcinea non più incantata, com'è comune nostro desiderio: e se per caso vossignoria muore del dolore di essere stato vinto, ne dia a me tutta la colpa, e dica che se avessi strette un poco le cinghie a Ronzinante, non sarebbe stramazzato; e già vossignoria avrà letto molte volte nei suoi libri di cavalleria che i cavalieri erano soliti scavalcarsi l'un l'altro, e che quello che oggi è vinto, dimani è vincitore. — Così è, disse Sansone Carrasco, e il buon Sancio è molto pratico di questi casi. — Signori, replicò don Chisciotte, andiamo pian piano, ché adesso nei nidi dell'anno passato non sono più uccelli; poc'anzi fui pazzo, ed ora sono savio, fui don Chisciotte della Mancia, ed ora, ripeto, non sono altro che Alfonso Chisciano il buono: possano il mio pentimento e la mia ingenuità riguadagnarmi presso di voi, o amici, quella riputazione di cui una volta ho goduto; e seguiti a scrivere il signor notaio. — Item, lascio la mia facoltà ad Antonia Chisciana, mia nipote, ch'è qui presente, levando prima da essa quanto occorre per soddisfare a tutti i legati da me istituiti, ed il primo intendo che sia quello di pagare il salario che devo alla mia serva per tutto il tempo che mi ha prestato la sua assistenza, e di più venti ducati da farsi un vestito. Nomino per esecutori testamentari il signor curato ed il signor baccelliere Sansone Carrasco, qua presenti. Item, è mia volontà che se Antonia Chisciana, mia nipote, vorrà maritarsi, si accompagni ad un uomo del quale si sappia per certo che non abbia letto mai libri di cavalleria; e nel caso che gli avessi letti, e che nullostante mia nipote lo volesse sposare, lo sposi pure, ma perda tutto quello che le ho lasciato, ed i miei esecutori possano a loro beneplacito distribuirlo in opere pie. Item, supplico i detti miei esecutori testamentari che se la buona sorte facesse loro conoscere l'autore, il quale si dice che abbia scritta l'istoria che corre impressa col titolo di Seconda parte delle prodezze di don Chisciotte della Mancia, gli dimandino perdono da parte mia con ogni affetto possibile per l'occasione che io gli ho data, senza volerlo, di scrivere quei tanti e sì grossi spropositi che in essa si leggono, perché io mi distacco da questa vita collo scrupolo di avergliene dato motivo.» Chiuse con queste ultime parole il suo testamento, e colto da uno svenimento, si distese nel letto quanto era lungo. Allora fu generale il disordine della famiglia, e tutti accorsero a dargli soccorso nei tre giorni che sopravvisse al testamento, cadendo di tratto in tratto in totale perdimento di sensi. Ad onta del generale scompiglio, si pensava per altro al refrigerio, e la nipote mangiava, la serva brindeggiava e Sancio gozzovigliava; giacché il fare eredità cancella o tempera negli eredi la memoria del dolore ch'è ben ragionevole che il morto lasci.

Giunse finalmente l'ultima ora di don Chisciotte, dopo avere avuti tutti i sacramenti e dopo avere abbominati con molte e sode ragioni tutti i libri di cavalleria. Il notaio allora disse ad alta voce: — Non ho mai letto in alcuna opera di cavalleria che un cavaliere errante sia morto nel suo letto così tranquillo e così cristianamente rassegnato come don Chisciotte.» Tra la compassione ed il pianto dei circostanti egli dunque esalò lo spirito, e voglio dire, morì: ed il curato ottenne dal notaio la legale testimonianza che «Alonso Chisciano il buono, chiamato comunemente don Chisciotte della Mancia, era passato da questa presente vita, e morto naturalmente.» Si volle questa giurata prova per togliere l'occasione che qualche altro autore, diverso da Cide Hamete Ben-Engeli, lo facesse risuscitare con falsità e dettasse interminabili storie delle sue prodezze. E questo fu il fine dell'ingegnoso Idalgo della Mancia, la cui patria non volle Cide Hamete rendere chiaramente nota per lasciare che tutti i paesi e i villaggi della Mancia contendessero tra loro per affigliarselo e tenerlo per suo, come contesero per Omero le sette città della Grecia.

Non si registrano in questo luogo le lamentazioni di Sancio, della nipote e della serva di don Chisciotte, né i nuovi epitaffi della sua sepoltura. Sansone Carrasco però gli pose il seguente:

«Giace qui il forte Idalgo salito a tal grado di valore, che morte non poté trionfare di lui nel suo morire.

«Affrontò tutto il mondo e vi recò lo spavento; e fu sua ventura viver pazzo e morir rinsavito.»

Qui poi il prudentissimo Cide Hamete, rivoltosi alla sua penna, disse: — O pennuzza mia, tu rimarrai qua attaccata a questo uncino e a questo filo di rame, non so quanto ben temperata, e tu vivrai per lunghi secoli, se presuntuosi e malevoli istorici non ti vengano a distaccare per profanarti; ma primaché ti tocchino, li puoi avvertire e dir loro nel miglior modo che sia:

«Via, gente perversa, che nessuno mi tocchi; perocché questa impresa, o buon re, era serbata a me solo.»

Per te sola nacque don Chisciotte, e tu per lui; egli seppe fare e tu scrivere; voi due soli siete d'accordo ad onta e dispetto dello scrittore finto e tordesigliesco, il quale ardì o vorrà ancora ardire di scrivere con mal temperata penna di struzzo le prodezze del valoroso nostro cavaliere, il che non è peso delle sue spalle, né opera del suo agghiacciato ingegno. Lo avvertirai, o penna, se giugni per caso a conoscerlo, che lasci riposare in pace nella tomba le stanche e già guaste ossa di don Chisciotte, e non lo voglia portare a Castiglia la vecchia, facendo escire dalla fossa dove realmente e veridicamente giace disteso quanto egli è lungo, e nell'assoluta impossibilità di fare la terza giornata od altre nuove peregrinazioni. Per pigliarsi giuoco delle tante che fecero tutti i cavalieri erranti, bastano bene le due ch'egli ha eseguite con tanto gusto e diletto delle genti che n'ebbero notizia sì in questi come in altri regni stranieri. Resterà così satisfatta la cristiana tua professione consigliando al bene chi ti vuol male; ed io autore rimarrò assai contento di essere stato il primo che abbia goduto per intero il frutto degli scritti miei, com'era mio desiderio. Non altro volli se non che mettere in abborrimento degli uomini le finte e spropositate istorie dei libri di cavalleria, i quali, la mercé delle venture accadute al mio vero don Chisciotte, vanno a quest'ora inciampando, e senz'alcun dubbio cadranno poi onninamente.

- Fine -

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FOTO 18X24

0022 non ci resta che piangere

023 c'era una volta il west foto 18x24 024 c'eravam tanto amati foto 18x24
calamita
925 cabiria

026

charlot in piedi

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027

continiavano a chiamarlo trinità
028 DELITTO RISTORANTE CINESE 029 LEONE DE NIRO FELLINI CINECITTA 030 DON CAMILLO E PEPPONE
031 GILDA

 


032 TOTO ONOREVOLI IMBUTO
033 GUARDI E LADRI foto 35x50 calamita 034 IL MONELLO
miniposter
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35 il marchese del grillo

036 il padrino 

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calamita

037 il selvaggio

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038 dean 039 IL MINESTRONE

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calamita

040 la banda degli onesti


041 TOTO PEPPINO CAFFE

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042 DOLCE VITA FONTANA TREVI

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043 DOLCE VITA COLORI 044 TOTO LE MOTORIZZATE
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045 vacanze intelligenti
panino
calamita

046

VACANZE INTELLIGENTI SPAGHETTI

foto 18x24calamita

047 LOREN E SACERDOTE PIAZZA NAVONA
048 LOREN SPOGLIARELLO
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calamita
049 FABRIZZI POLLO foto 18x24
calamita
050 ANNA MAGNANI
051 MARILIN foto 18x24
calamita
052 MASTROIANNI VITTI A TAVOLA 053 LE RAGAZZE DI PIAZZA DI SPAGNA 054 MONICA VITTI CON IL CANE foto 18x24
calamita
055 CLINT EASTWOOD PER UN PUGNO DI DOLLARI
056 ELVIS
IN MOTO
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calamita
057 AMORE MIO AIUTAMI 058 THE BEATLES 060 CAMPO DE FIORI MAGNANI FRUTTI
VENDoLA
059 CAMPO DE FIORI FONTANELLA
061 CHALPIN
E PAULETTE
062 CHAPLIN NEVE 063 CARDINALE COLLANA 064 EDUARDO NAPOLI MILIONaRIA dr jekyll and Mr.hyde
066 JOHN BARRYMORE DR.JEKYLL AND
 MR.HYDE
o67 FEBBRE DA CAVALLO 068 NO SMOKING miniposter
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calamita
069 EASY RIDERfoto 18x24 070 FANTASMA DELL'OPERA
071 SORDI IL VIGILE 073 SOLITI IGNOTI CASSAFORTE foto 18x24 074 SOLITI IGNOTI SI LAVICCHIA 130 chaplin e la fioraia 084 I SOLITI IGNOTI QUATTRO FACCE
076 MALA
FEMMINA VIGILE
078 MALAFEMMINA LETTERA foto 18x24 080 PROCESSIONE DI NUDI foto
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081
PECCATO SIA UNA CANAGLIA COLOSSEO
foto 18x24
calamita
095 sorpasso
085 soliti ignoti fiasco 086 milian e bombolo spaghetti 087 stanlio e onlio autografi foto 18x24 088 stanlio e onlio valigia foto 18x24 106 una vita difficile foto 18x24
090 stanlio
 e o carcerati
090 stanlio e onlio panchina 092 troisi benigni non ci resta 094 spaghetti napoli  200
albertone
spaghetti e latte foto 18x24
calamita
096 via col vento 097 vota antonio la trippa toto 098 gassman vespafoto 18x24
calamita
099 albertone spaghetti
in bocca
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calamita
100 albertone  spaghetti
102 toto truffa foto 18x24
calamita
103 loren spaghetti foto 18x24 104 loren terrazzofoto 18x24
calamita
105 squadra antitruffa 117 mastroianni
107 toto pinocchio a colori TOTO' Pinocchio2 108 giulietta masina gelsomina foto 18x24 109 toto mangia pollo 201101 anna magnani con il gatto      

immagini disponibili in formato fotografie  di cinema 18x24

116 dean e andress

110 STANLIO ONLIO IN CUCINA 118 pasolini sul set 127 marylin gelato    
                   

 

119 marina berti

111 TOTO CAFFE     



120 claudia cardinale 128 gina lollobrigida spaghetti 130 brando magnani

 

121 sergio leone a cavallo
 


122 aldo fabrizi a tavola


123 gasman e gina lollobrigida  spaghetti 129 anitona sedia fontana trevi 132 brando un tram chiamato desiderio

 

126  sordi cardinale emigrato


125 toto  scolaverdure
124 toto mangia spaghetti 131 a quacuno piace caldo    
133 toto magnani risate di gioia


134  toto petrolini
135  sean connery 136 marylin 137  dusti hofman
141 greta garbo

 


142 mamma roma

143 godard bardot 144 hitchcock gli uccelli  

138 riso amaro


139 conte tacchia

 

140 donna sul ponte nave 145 pasolini vangelo 146 jayne mansfield

147 tognazzi spaghetti

148 toto il coraggio

149  stanlio e onlio briganti 150 loren scolapasta secchio 166 bogard e marylin

155 monica vitti

monica vitti


156 brando il selvaggio

 

157  brando selvaggio appoggiato 158 gasman    

164

 

 

 

 

167 hitchicook gli uccelli        

uccellacci uccellini

guardie e ladri

259
guardie e ladri


c'era una volta west

261

la dolce vita fontana

toto caffettiera

263

pausa pranzo

164

magnani con gatto

165


capannelle

chaplin bastone

chaplin il monello

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