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la
banda degli
onesti
1956 di Camillo Mastrocinque.
Soggetto e sceneggiatura: Age, Scarpelli; interpreti: Totò (Antonio
Bonocore) Peppino De Filippo, Giacomo Furia, Giulia Rubini, Nando Bruno, Luigi
Pavese, Memmo Carotenuto, Gabriele Tinti ; produzione: D.D.L.
Antonio Bonocore (Totò) avuto quanto
necessario per fabbricare biglietti da diecimila da un ex incisore della
zecca, convince il tipografo Giovanni e il pittore
d'insegne Felice ad aiutarlo a fabbricare le banconote. Stampati i biglietti ne
spacciano uno in tabaccheria. Antonio saputo da suo figlio finanziere che la
polizia è sulle traccie dei falsari, convince i suoi complici a desistere
dall'impresa. Ma la banda ricercata era un'altra e i tre amici si disfano delle
banconote false, contenti di tornare all'onestà.
Un corpo da funambolo, anzi da fachiro, a tratti
disanimato, cadaverico, e a tratti invaso dalle furie, scattante, volante,
l'inerzia e il moto, pietre e vento, nel medesimo tempo. Gli arti indipendenti,
liberi, dissociati, un braccio o una gamba di Totò è un individuo
nell'individuo, un attore nell'attore. Il collo a segmenti, a cannocchiale. E
infine (Muse napoletane aiutatemi) un volto senza parentele, indefinibile,
astruso, un mondo chimerico di fronte occhi naso bocca zigomi, anomali, buffi e
terribili, che agghiaccia e rapisce, che stimola al riso e, contemporaneamente,
a non so che umana solidarietà e partecipazione. Mi fa ridere e sospirare la
mascella deragliata di Totò. Egli, tanto se avesse dato retta ai suoi connotati
surreali (affrancandosi da ogni coerenza), quanto se li avesse gettati a
contrasto nel reale, nei malinconici avvenimenti di ogni giorno, sarebbe stato
un pozzo di finissima allegria cinematografica. Ma, debbo ripeterlo, Totò non ha
intelligenza di se, non vive con Totò. Non si è mai cercato o indovinato, mai,
Ha trasferito per vent'anni sullo schermo, il Totò del Varietà. È amico o nemico
dell'arte sua l'ineguagliabile Totò? Giuseppe Marotta, "L’Europeo", Milano,
7 aprile 1956
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