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LE FATICHE DI ERCOLE
Regia: Pietro Francisci.
Scenegg.: E. De Concini, P. Francisci, C. Frattini, da Gli Argonauti di Apollo di Rodi.
Fot.: M. Bava.
Scenog.: F. Mogherini.
Costumi: G. Coltellacci.
Musica: E. Masetti.
Mont.: M. Serandrei.
Int.: S. Reeves, S. Koscina, F. Mioni, I. Garrani.
Italia, 1958, col., 104'.
Dal mito di Giasone e del vello d'oro, le avventure del semidio Ercole, figlio di Giove, che rinuncia all'immortalità e si getta a capofitto nelle famose 12 fatiche per riconquistare la donna che ama. Specialista del genere, Francisci dà origine al filone del peplum italiano proprio in seguito al successo internazionale di questo film. La pellicola lancia lo scultoreo Steve Reeves, ex Mister Universo, che diventerà in breve la star di questi film.

Fatiche di Ercole (Le), '58 (durata 1h, 42')

 

Regia: Pietro Francisci

Sceneggiatura: Pietro Francisci, Ennio De Concini, Gaio Fratini

Con: Steve Reeves, Sylva Koscina, Fabrizio Mioni, Gabriele Antonini, Gianna Maria Canale, Mimmo Palmara, Ivo Garrani, Gino Mattera, Aldo Fiorelli, Giampaolo Rosmino, Arturo Dominici, Lydia Alfonsi, Gina Rovere, Paola Quattrini

Produzione: Oscar film, Archway film

Soggetto: liberamente, da "Argonautiche" di Apollonio Rodio

Le Argonautiche (Apollonio Rodio)

"Le Argonautiche" è un poema epico di Apollonio Rodio.

 

L'opera

L'opera è suddivisa in quattro canti in 5835 esametri.
Fu pubblicata in due diverse edizioni, la prima ad Alessandria d'Egitto e la seconda a Rodi.
L'argomento del poema è la spedizione di Giasone e degli Argonauti alla conquista del vello d'oro, custodito da un terribile mostro, che non chiudeva mai occhio.

Esone, padre di Giasone, regnava a Iolco, ma era stato detronizzato dal fratellastro Pelia. Riuscì comunque a fuggire in compagnia della moglie Alcimede e del figlio, sotto la minaccia della morte.
Un oracolo predice a Pelia che sarebbe morto per mano di un uomo calzato a un solo piede.
In un giorno in cui il re sta offrendo un sacrificio agli dei, appare un uomo con ai piedi un solo sandalo.
È Giasone, che ha perso una calzatura attraversando un fiume: egli rivendica il trono per sé, ma accetta di superare una prova, recuperare il vello d'oro.
Pelia spera che Giasone non torni vivo, ma egli, già protetto da Atena, si vede accordare anche la protezione di Era, offesa da Pelia.

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Trama

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Libro I

Riuniti nel porto di Pagase in Tessaglia, gli Argonauti salgono a bordo della nave " Argo" per accompagnare nella Colchide Giasone, alla ricerca del vello d'oro.
Il vello è la pelle di un montone alato, grazie al quale Frisso era riuscito a sfuggire alla morte. Il vello si trovava in un bosco consacrato ad Ares, appeso ad una quercia, ed era custodito da un drago mostruoso. Fra i partecipanti alla spedizione vi sono Orfeo, Eracle, Admeto, l'indovino Mopso, Telamone, Peleo, Ila, Nauplio, Castore, Polluce, Idas, Linceo, Meleagro, Zete, Calais, Acasto e Argo che ha costruito la nave.
Come polena della nave, viene messa un pezzo della quercia sacra di Zeus a Dodone, conferendo alla nave il dono della parola.
Il popolo si raduna sulla riva per assistere al varo mentre le donne fanno gli auguri ai genitori di Giasone, Esone e Alcimede.

L'Argo viene varata con successo, gli eroi offrono un sacrificio ad Apollo e s'imbarcano.
Eracle cede il comando a Giasone e la nave parte verso l'isola di Lemno, sospinta da un vento favorevole.
Sull'isola non c'erano più maschi. Le donne dell'isola avevano trascurato il culto di Afrodite e la dea si vendicò dotandole di un odore ripugnante; i loro uomini quindi le trascuravano, dedicandosi alle schiave venute dalla Tracia.
Le donne di Lemno, decisero quindi di uccidere i loro mariti infedeli e le chiave rivali.

Quando gli Argonauti arrivano all'isola, le donne si armano, temendo un'invasione di traci. Ma una volta sentito l'araldo di Giasone, si mostrano ospitali accogliendoli tutti nell'isola, tranne Eracle e pochi altri. Il loro soggiorno è talmente felice da far dimenticare loro il motivo del loro viaggio ed Eracle li deve richiamare alla ragione; alla fine le donne di Lemno, acconsentono alla loro partenza.

Successivamente arrivano all'isola di Samotracia, dove Orfeo spera di approdare per iniziarsi ai riti dei Cabiri, seguaci di Persefone e protettori dei marinai.
Rasserenati da questo scalo, gli argonauti attraversano senza fatica l'Ellesponto e il Propontide (il Mar di Marmara), approdando nel paese dei dolioni, nell'isola di Cizico.
Il re li accoglie e li invita a gettare l'ancora nel porto di Cito.
Cizico si è appena sposato ed è preoccupato da una profezia che gli indica di non usare mai la violenza nei confronti di nobili navigatori che approdassero alla sua isola.
Li accoglie quindi con benevolenza, organizzando per loro un banchetto. Risponde a tutte le loro domande sul Propontide, ma confessa di non sapere niente sui paesi che si estendo ad est, al di la' del mare.
Mentre si preparano per la partenza, dalle montagne scendono dei mostri con sei braccia, che attaccano la nave e che cercano di impedirne la partenza, accatastando grandi rocce all'imbocco del porto.
Gli Argonauti sconfiggono i mostri e ben presto possono ripartire. Venti contrari impediscono di proseguire e così gli Argonauti sono costretti a tornare all'isola, sbarcandovi di notte.
Re Cizico crede di essere stato attaccato da pirati e non riconoscendo gli ospiti del giorno prima, prende le armi e alla testa dei suoi soldati attacca gli invasori, rimanendo ucciso nel corso della battaglia, compiendo la profezia dell'oracolo.

Gli argonauti rimangono nell'isola per dodici giorni, facendo celebrare con solennità le esequie del re e attendendo venti favorevoli.
Mopso vede un martin pescatore svolazzare intorno alla nave, l'uccello rimane per pochi istanti sulla testa di Giasone e quindi si posa a prua. Mopso, che ne capisce il linguaggio, ascolta il cinguettio dell'uccello.
Mopso racconta a Giasone che occorre un sacrificio per la dea Rea, madre di Zeus e sovrana della terra, dei venti e dei mari.
Gli argonauti ritornano in Tracia, dove si trova il monte Didimo, con il santuario consacrato alla dea. Salendo verso il tempio, Argo scorge un tralcio di vite secco e lo utilizza per fare una statua della dea.
Il sacrificio viene effettuato e la statua deposta nel santuario: Rea dimostra la sua soddisfazione facendo sgorgare una fonte dal fianco della montagna, a cui verra' dato il nome di "fonte di Giasone".

Tornati a Cizico, i venti sono cambiati e possono riprendere il viaggio immediatamente.
Arrivati alla foce del Rindaco, il remo di Eracle si spezza, che scende a terra per cercare un albero con cui farne uno nuovo, mentre il suo scudiero Ila, va alla ricerca di una sorgente di acqua dolce.
Entrambi trovano quello che cercano: Eracle un pino e Ila una fonte nei boschi di Pegea.
La ninfa della fonte trova io giovane molto bello, quanto Ila si china per raccogliere l'acqua, la ninfa lo trascina nel suo regno.
Il giorno successivo si alza una brezza e Tifi, pilota della nave, sollecita i compagna ad imbarcarsi.
La nave è già in alto mare, quando il gruppo si accorge della mancanza a bordo di Eracle e Ila. Telamone accusa Giasone e Tifi di aver abbandonato volontariamente i due, per gelosia nei confronti di Eracle.
Glauco, portavoce di Poseidone, esce dai flutti e annuncia che Eracle sarebbe rimasto a terra alla ricerca di Ila e che quindi la nave poteva continuare sulla sua rotta.

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Libro II

L'Argo arriva nel paese dei berici in Bitinia .
Polluce entra in contesa con il re Amico e l'uccide, ne segue una battaglia tra gli argonauti e i berici che, sconfitti, fuggono.
Gli argonauti si impadroniscono del bottino ed ascoltano Orfeo cantare le lodi di Polluce.
Il giorno successivo si inoltrano nel Bosforo, attraversandolo senza problemi grazie all'abilità di Tifi.
Fanno scalo nel regno di Fineo, il re cieco che regna sulla riva occidentale del Bosforo.
Fineo ha il dono della profezia, ma ha avuto l'impudenza di rivelare i segreti degli dei e Zeus l'ha punito.
Ogni volta che si appresta a mangiare, due Arpie si precipitano sul cibo, glielo strappano di mano, insudiciandolo: il re sta così morendo di fame.
Fineo spiega agli argonauti che potrà essere liberato da questa maledizione dai figli del vento di settentrione e chiede aiuto a Zete e Calais. I figli di Borea cacciano le Arpie, permettendo al re di nutrirsi.
L'indovino svela loro i pericoli che li minacciano e li consiglia di portarsi dietro una colomba, per poter attraversare le Simplegadi, scogli tra i quali le navi vanno a sfracellarsi.
Seguendo il volo della colomba, la nave riesce a superare gli scogli, grazie anche all'abilità di Tifi e alla vigilanza di Atena.

L'Argo prosegue nel Mar Nero, lungo la rotta indicata da Fineo, arrivando all'isola di Tinia.
Qui incontrano il dio Apollo in viaggio nel paese degli iperborei. Gli argonauti gli costruiscono un tempio ed Orfeo canta un inno in suo onore.
Riprendono quindi il viaggio, arrivando al paese dei mariandini, dove li accoglie il re Lico. Il re ringrazia gli argonauti, che lo hanno liberato dalle continue irruzioni nel suo paese da parte di Amico.
La felicità di questi momenti è offuscata dalla morte improvvisa di due argonauti: Idmone, ucciso da un cinghiale, e Tifi, colpito da una malattia fulminante.
Anceo, sostituisce Tifi al timone, e l'Argo riparte alla volta di Sinope, dove si uniranno a loro tre nuovi compagni: i tre figli di Deimaco, che avevano preso parte alla spedizione di Eracle con le amazzoni ma che non furono in grado di tornare con lui.

Proseguendo il viaggio arrivano ad Aria, l'isola di Ares, dove gli avvoltoi, gli uccelli del dio con le piume di bronzo, assalgono gli argonauti.
Usciti da questa avventura, hanno appena il tempo di piantare le tende, che si scatena una violenta tempesta. Quattro naufraghi vengono gettati dalle onde sulla spiaggia e vengono subito soccorsi da Giasone e dai suoi amici: sono Argo, Frontide, Melante e Citissoro (figli di Frisso e Calciope).
Essi stavano tornando a Orcomeno, patria del loro padre, appena morto. I quattro, seppure esitanti, decidono di unirsi al gruppo e di affrontare Eete .
Due giorni dopo raggiungono la Colchide, chiudono le vele e al crepuscolo risalgono a remi il fiume Fasi: a destra si estende il bosco sacro di Ares, mentre a sinistra si trova la città di Eea e i monti del Caucaso.
Su consiglio di Argo, la nave viene ancorata fra le canne di una palude.

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Libro III

Atena ed Era che hanno seguito tutte le fasi del viaggio, si concertano per trovare il modo di aiutare Giasone. Chiedono consiglio anche ad Afrodite, che invia Eros ad ispirare amore per Giasone in Medea, figlia del re Eete.
Giasone decide di presentarsi ad Eete, chiedendogli di consegnarli il vello d'oro, lo accompagnano Frisso, Telamone e Augia.
Gli argonauti vengono accolti dal re Eete, da sua moglie Idia e dai figli Apsirto e Calciope. Calciope corre incontro ai figli, piena di gioia nel vederli tornare.
A loro si unisce, in un secondo momento, la figlia minore del re, Medea. Appena vede Giasone, infiammata da Eros, se ne innamora.
Come portavoce è stato scelto Argo, figlio di Frisso, che spiega ad Eete la richiesta e le ragioni di Giasone.
Poiché la spedizione è stata ordinata da un oracolo, in cambio del vello d'oro, Giasone conquisterà per Eete, le terre dei sarmati, i suoi bellicosi vicini.
Il re si infuria, li insulta in quanto abusano della sua ospitalità: loro non voglio altro che il suo regno.
Giasone lo rassicura, dicendo che È sua volontà, come gli ha appena detto, di ingrandirglielo. Eete quindi decide di mettere alla prova Giasone.

Nella piana di Ares, ci sono due tori mostruosi, con zoccoli di bronzo e che sbuffano fuoco dalle narici: Giasone dovra' aggiogarli ed attaccarli ad un aratro. Fatto questo dovra' arare un campo e seminarvi dei denti di drago. Da questi semi nasceranno degli uomini armati, che dovra' uccidere prima che si faccia notte.
Giasone accetta e Medea si ritira, tremando di paura al pensiero della dura prova che il suo amato dovra' affrontare.
Giasone ritorna sulla nave ed informa i suoi compagni della prova, Argo (figlio di Frisso) lo informa che in suo aiuto potrebbe venire Medea, sacerdotessa di Ecate.
Argo ritorna al palazzo, Medea gli rivela che un sogno l'ha avvertita che il padre non ha intenzione di mantenere la parola; Argo va dalla madre, che temendo per la vita dei figli, va da Medea e la trova disposta ad aiutare Giasone.
Medea si dirige al santuario di Ecate, Giasone, accompagnato da Mopso, si fa condurre al tempio da Argo.
Nella pianura avanza da solo incontra a Medea, anch'essa sola, la giovane suggerisce a Giasone il sacrificio da offrire alla dea Ecate nella notte, gli consegna anche un balsamo da spalmarsi sul corpo prima di affrontare i tori che sbuffano fuoco, infine gli chiede di non dimenticarsi di le quando lascerà la Colchide.
Giasone le risponde che non la dimenticherà mai e che, se lei si unirà agli argonauti alla loro partenza, lui la sposerà.

L'indomani Giasone supera la prova. Il re Eete è testimone del suo trionfo.
L'amarezza gli riempie il cuore e decide di far massacrare gli argonauti con il favore della notte.

 

 

Libro IV

Medea si rende conto dell'impossibilità di rimanere nella Colchide ed esce dal palazzo correndo al porto. Rivela agli Argonauti che il re Eete ha scoperto tutto e che se Giasone terrà fede alla promessa sarà lei ad andare a prendere il vello d'oro. Giasone rinnova il giuramento e Medea lo conduce al bosco sacro di Ares .
L'altare È posto ai piedi di una quercia sacra sulla quale pende il vello d'oro. Al loro avvicinarsi il drago si lanciò su di essi; Medea invoca il Dio del sonno e la luna vagabonda, così il drago, vinto dai suoi sortilegi, si addormenta.
Giasone si impossessa del vello d'oro mentre Medea spalma sulla testa del drago un unguento che ne prolungherà il sonno, quindi tutti e due fuggono verso l'Argo.

Gli argonauti issano le vele, armati e pronti a fronteggiare i prossimi pericoli. Era manda una brezza favorevole, che li fa ridiscendere verso il mare, con Giasone e Medea accanto al timoniere.
Al palazzo viene notata l'assenza di Medea, Eete raduna il suo esercito e sale sul suo carro, guidato dal figlio Apsirto, precipitandosi verso la riva per impedire che la nave prenda il largo.
La nave è ormai lontana ed il re ordina a tutte le imbarcazioni del suo regno, che si lancino all'inseguimento della nave sulla quale si trova la figlia infedele.
L'indovino Fideo consiglia agli Argonauti di seguire una rotta diversa per tornare in Grecia.
Argo propone di seguire il fiume Istro (odierno Danubio) e poi, attraverso i suoi affluenti, arrivare al Mar Ionio ed effettuare il periplo della Grecia per arrivare ad Iolco.

Giunti alla foce si accorgono che il fratello di Medea, Apsirto, li ha preceduti, impedendogli di entrare nel Ponto Eusino (il Mar Nero).
Gli Argonauti cercano di parlamentare, Apsirto riconosce il merito di Giasone ma Medea deve ritornare nella Colchide.Gli Argonauti propongono che Medea si ritiri nel santuario di Artemide affich‚ la sua sorte venga discussa con imparzialità.
Medea irritata minaccia di dare fuoco alla nave se Giasone si azzarderà ad accettare queste condizioni. Niente al mondo la farà ritornare sui suoi passi e per nessun motivo al mondo lo abbandonerà.
Medea dichiara anche che provvederà personalmente ad Apsirto, permettendo agli Argonauti di battere facilmente un esercito privo di capo: spaventato da questa violenza, Giasone acconsente.

Approfittando della tregua Medea da appuntamento al fratello, il giovane accetta ma ad aspettarlo c’è Giasone, che lo uccide.
Ripartiti, ne dilaniano il corpo, gettando le membra una dopo l'altra in mare costringendo Eete a rallentare per raccogliere i resti del figlio: grazie a questo rivoltante stratagemma Giasone e Medea riescono a sfuggirgli.

La morte di Apsirto chiede vendetta agli dei, l'Argo procede a forza di remi quando si sente la voce dell'oracolo di Zeus.
Dall'alto della polena dice che il sangue di Apsirto macchia le mani di Giasone e Medea: se non si purificheranno nessuno di loro, Argonauti compresi, riuscirà a rimettere piede in Grecia.
Castore e Polluce invocano gli dei dell'Olimpo che scatenano un uragano che spingerà l'Argo sull'Eridano (odierno Po).
La nave segue poi il corso del Rodano per riguadagnare il Mediterraneo, rifugiandosi nell'isola di Eea lungo la costa orientale dell'Italia .
Questo È il regno della maga Circe, sorella di Eete e zia di Medea. La maga purifica Giasone e Medea ma si rifiuta di dar loro ospitalità.
Col cuore tremante gli Argonauti risalgono a bordo e si preparano ad affrontare le sirene oltre ai terribili pericoli di Scilla e Cariddi .
Orfeo salva gli Argonauti dal canto delle sirene traendo dalla sua lira una musica ancora più sinuosa della loro.
Nello stretto di Messina si trovava il vortice di Cariddi davanti al quale era posto uno scoglio temibile, sorvegliato da un mostro. I marinai che si trovavano in quel luogo spesso evitavano il primo e, credendo di essere in salvo, si facevano divorare dal secondo. Ma in loro aiuto, Era, Teti e le Nereidi guidano la nave per farle attraversare lo stretto senza danni.

Gli Argonauti approdano all'isola di Corcira (Corfù), accolti calorosamente dal re Alcinoo. Non fanno in tempo a sbarcare, che anche un contingente di soldati della Colchide arriva all'isola, chiedendo ad Alcinoo di consegnare loro Medea, in caso di rifiuto distruggeranno Corcida.
Alcinoo temporeggia e Medea ricorda agli Argonauti i suoi servigi, quindi si reca dalla regina Arete, pregandola di intervenire in suo favore.
Alcinoo prende la decisione di rendere Medea ai colchidi in quanto non sposata a Giasone; Arete esce da palazzo e si reca al campo degli Argonauti, consigliando Giasone e Medea di sposarsi immediatamente. I due si sposano, nonostante il loro desiderio di celebrare le nozze nel regno di Giasone.
Alcinoo rende noto ai colchici che Medea È sposa di Giasone e che quindi non può consegnarla a loro, anche se con frasi minacciose i colchici si arrendono alle ragioni del re, ma lo supplicano di lasciare che si stabiliscano nell'isola, sicuri che Eete li ucciderebbe se ritornassero in patria senza sua figlia.
Alcinoo accetta e gli Argonauti riprendono il mare.

Mentre stanno per doppiare il Peloponneso una tempesta li fa deviare dalla rotta. La tempesta dura nove giorni e li porta fino in Libia, sulla riva delle Sirti. La nave si incaglia nella sabbia ed il mare, ritirandosi, li lascia in mezzo ad un arido deserto, senza speranze e senza forze. In molti perdono la vita, tra gli altri Mopso.
Le ninfe della riva libica e le Espiree vengono in aiuto degli eroi, dando loro cibo e raccontando ad essi di come Eracle abbia rubato i pomi d'oro del loro giardino.
Addolorati per la perdita dei compagni, gli Argonauti tirano la loro barca fino al mare con l'alzaia, ma ignorano la loro posizione. Orfeo ricorda a Giasone che egli possiede uno dei tripodi dell'oracolo di Delfi consegnatoli da Apollo. Arrivati alla riva gli Argonauti vi depongono il tripode: subito appare Tritone che indica loro la rotta da seguire.
Giasone gli offre il tripode sacro ed in suo onore sacrifica anche un montone, in ringraziamento, Tritone rimorchia l'Argo fino in mare aperto.
Giasone si dirige verso Creta dove li attendono altri pericoli.

Creta È custodita da Talo un gigante di bronzo creato da Efesto. La sua vita è legata ad un'unica vena che dalla testa arriva al tallone.
Il gigante cerca di staccare delle rocce da scagliare sull'Argo, ma in quel momento Medea gli manda visioni malefiche, che gli fanno perdere l'equilibrio, scalfendosi la caviglia: la vena si rompe ed il sangue gli sgorga a fiotti. Talo si abbatte morto sulla riva.

Apollo concede loro una luce affinché non si perdano nella notte, conducendoli in mezzo alle isole del Mare Egeo. Giasone ed i suoi compagni ritornano infine a Iolco, con il vello d'oro.

 

Significato e critica dell'opera

Con questa pubblicazione, il poeta prende posizione, in una discussione ancora accesa ai suoi tempi: se un poema epico potesse soddisfare o meno l'esigenza dei tempi.

Apollonio vuole fondere la poesia prettamente epica con quella dei suoi tempi, prevalentemente lirica e amante del raffinato.

Purtroppo non riesce a fondere in una unita' organica i disparati elementi di cui consta il suo poema: epica di imitazione omerica, lirica amorosa e minuta analisi psicologica, descrizione fantastica ed insieme minuziosa di viaggi e avventure.

I primi due libri sono più strettamente legati fra loro e, dopo una invocazione a Febo e una lunga e monotona rassegna dei partecipanti alla spedizione, tratta la partenza e parte del viaggio.

Il terzo libro inizia con un'altra invocazione, alla musa Erato, e narra con calore di ispirazione e finezza ed evidenza di rappresentazione psicologica l'accendersi della passione tra Medea e Giasone.

La figura di Medea è sicuramente quella meglio rappresentata di tutto il poema, ammiratissima nell'antichità, è stata in parte anche ispiratrice della "Didone" |virgiliana.

Nel quarto libro, Apollonio indulse all'amore per l'avventuroso e il fantastico, raccontando del viaggio di ritorno degli Argonauti.

Per questa parte studiò approfonditamente e trasse notevole materiale tra ciò che era stato messo a sua disposizione da parte di geografi, mitografi e storici dell'epoca.

Questo sforzo di approfondimento di Apollo, è evidente anche in tutto il resto dell'opera, tanto che l'erudizione e lo studio prevalgono sull'ispirazione.

L'interesse per la tradizione mitologica, l'esattezza di ogni particolare nel riprodurla, sono le preoccupazioni principali del poeta e soverchiano la vera azione epica che è assai poco sviluppata.

I caratteri degli eroi, anche se talvolta tratteggiati con tocchi efficaci, sono lontani dalla plastica dei caratteri omerici.

L'intervento continuo degli dei, che non hanno comunque alcun rilievo particolare, toglie ogni importanza all'azione del protagonista, Giasone.

Quando la poesia scende dall'altezza eroica dell'epopea per arrivare all'idillio e all'elegia, essa riacquista sentimento e calore, fornendoci la vera espressione lirica dell'età alessandrina, mostrandoci come a questa Apollonio sia profondamente legato, pur nella scelta di un poema epico.

È qui che abbiamo tratti veramente belli e sentiti, che mostrano un animo appassionato e sensibile, come nella descrizione dell'amore di Medea o nella celebre descrizione della notte, oppure nel saluto di Giasone alla madre e il varo della nave.

La lingua e le comparazioni di Apollonio sono in gran parte tratte da Omero, ma le comparazioni hanno spesso una nuova veste romantica, che Apollonio ricava anche dall'imitazione della lirica eolica.

Opera che non è da sprezzarsi, di una mediocrità in certo qual modo costante. (Quintiliano)

 

Storia

Le Argonautiche furono molto ammirate nell'antichità e trovarono numerosi commentatori fra i greci ed imitatori, specialmente tra i latini.
Publio Terenzio Varrone la tradusse in latino, Virgilio le tenni presenti nella composizione del IV libro dell'"Eneide".

Gaio Valerio Flacco le prese a modello per il suo omonimo poema.

Effetti speciali: Mario Bava

Fotografia: Mario Bava

Note: titolo americano: "Hercules"; "...primo film del genere (peplum)..." (Teo Mora); "I film di Ercole", 3° cap.di "Il cinema Peplum", di Domenico Cammarota, "Futuro saggi" n. 14, ed. Fanucci, '87, pag. 48; "Il Mereghetti-Dizionario dei film 2002-Le schede", ed. Baldini & Castoldi, 2001, pag. 765; incasso: 887 milioni

 

 

Mario Bava
 

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Éimpossibile spiegare i trucchi perché, se si vede, significa che un trucco non è venuto bene, e se non si vede nessuno si accorge che è un trucco

Figlio dello scenografo Eugenio, abbandona il progetto iniziale di seguire l'arte della pittura per accostarsi al cinema lavorando insieme al padre. Negli anni '40 si fa notare per le sue innovative tecniche d'illuminazione e per i realistici effetti speciali, collabora così (come direttore della fotografia) con i grandi registi del momento, tra i quali Rossellini, Steno e Monicelli. Inizia a fare esperienza alla regia con una serie di documentari sul mondo dell'arte, ma nel 1956 é l'incontro con Riccardo Freda che segna la svolta della sua carriera artistica. Collabora con il regista alla realizzazione de "I Vampiri" occupandosi della fotografia e degli effetti speciali (indimenticabile la scena del veloce invecchiamento della protagonista), e dirigendo anche parte del film, causa l'abbandono del set da parte di Freda per incomprensioni con la produzione. Il duo Freda-Bava produce altri due film: "Agi Murad, il diavolo bianco" (1958) ed il fantascientifico "Caltiki, il mostro immortale" (1959).

Il suo vero debutto alla regia giunge nel 1960 quando, sulla scia del successo del "Dracula" di Terence Fisher, Bava decide di realizzare un film divenuto culto per tutti gli appassionati di questo genere: "La maschera del Demonio". E' un sorprendente ed inaspettato successo, soprattutto all'estero, si può definirlo il primo vero horror made in Italy, infatti, a differenza dei predecessori, Bava non risparmia allo spettatore l'aspetto truculento della vicenda mostrando senza timore, sangue ed efferatezze che finora nessun altro regista italiano aveva avuto il coraggio di far vedere. Il film non é, in ogni caso, basato solo su questo, l'angosciante atmosfera che pervade tutta la pellicola, la grande interpretazione di Barbara Steele (che incarna allo stesso tempo sia il bene che il male) associate alle grandi capacità tecniche ed artistiche di Bava contribuiscono alla genesi di questo capolavoro. Così come Fulci, anche Bava dimostra la sua duttilità espressiva spaziando in molteplici generi: dalla mitologia (Ercole al centro della terra) al western (La strada per fort Alamo, Ringo nel Nebraska, Ray Colt & Whinchester Jack), dal giallo (La ragazza che sapeva troppo, Cinque bambole per la luna d'agosto) al fantastico (Diabolik) per finire con il comico nazional-popolare di Franco e Ciccio (Le spie vengono da semifreddo).

La sua grande passione rimane comunque il cinema horror, dopo il successo de "La maschera del Demonio", nel 1963 realizza "La frusta ed il corpo" una malsana storia d'amore tra Kurt (Christopher Lee) e Nevenka (Daliah Lavi) che é destinata a continuare anche dopo la morte. Il film ebbe grossi problemi con la censura a causa del non troppo velato rapporto sadomaso tra i due protagonisti, mostrato in tutto il suo tenebroso fascino; lo stesso Bava fu processato e condannato a 2 mesi di prigione, pena che non scontò grazie alla condizionale, ma che macchiò la sua fedina penale. Un anno dopo gira uno dei suoi migliori film "I tre volti della paura", un film ad episodi che sfrutta tre grandi capolavori della letteratura (Cechov, Tolstoj e Maupassant) come spunto di partenza. Il film é un concentrato di paura ed ironia, magistralmente materializzati dall'imponente figura di Boris Karloff. Il film ebbe un successo travolgente all'estero (dove uscì come "Black Sabbath"). Nel 1964 Bava dirige "Sei donne per l'assassino", un giallo dalle forti tinte con il quale traccia lo schema del thriller truculento "all'italiana" di cui coglierà l'essenza soprattutto Dario Argento. Il 1965 segna la data della realizzazione del primo "vero" film di fantascienza italiano, "Terrore nello spazio" viene girato da Bava in condizioni davvero "drammatiche". La produzione mette a disposizione del regista un budget molto vicino allo zero, solo la maestria e l'ingegno di Bava riescono a realizzare un prodotto decente. Un soggetto che gioca su un equivoco rivelato solo nel geniale finale, i giochi di camera e i "caserecci" effetti speciali rendono questo film indimenticabile. L'anno seguente vede l'uscita di "Operazione Paura", una storia di fantasmi e maledizioni materializzate da un'avvolgente atmosfera fantastica ed una serie di bellissime invenzioni narrative. Nel 1969 un nuovo capolavoro viene partorito dalla geniale mente del regista: "Il rosso segno della follia" prende come spunto il successo di Psycho miscelandolo con una cupa storia di fantasmi. Il risultato é eccellente, soprattutto perché stavolta Bava dispone di più tempo del solito per cui il film risulta la sua opera più curata e studiata. "Reazione a catena" vede la luce un anno dopo, questo film può essere considerato il primo film spaltter italiano (ma viene in seguito ripreso anche dalle grandi produzioni americane). Una storia quasi illogica che procede attraverso i delitti più atroci per approdare ad un paradossale finale denso di humor nero.

Nel 1972 Bava dirige "Gli orrori del castello di Norimberga", una favola noir, un omaggio al cinema horror degli anni '60. Dopo le parentesi, esorcista di "Lisa e il Diavolo" (film su commissione di cui lo stesso Bava rinnegherà la paternità) e thriller di "Cani arrabbiati", nel 1977 Bava dirige l'ultimo suo film. "Shock" é una storia di fantasmi, molto ambigua e piena di colpi di scena con una grande interpretazione di Daria Nicolodi, costantemente sull'orlo di una crisi di nervi. Il film ebbe un grande successo all'estero, soprattutto in Giappone, in Italia passò naturalmente inosservato. Nel 1978 Bava, ormai malato, gira un film per la televisione insieme al figlio Lamberto: "La Venere d'Ille" interpretato da Daria Nicolodi e Marc Porel, é una singolare storia gotica che riprende i primi film del regista. L'anno seguente Mario Bava si spegne a Roma mentre lavorava ad un ambizioso progetto per la realizzazione di un film di fantascienza.

Mario Bava lascia al mondo del cinema una grossa eredità, che non si limita solo a ciò che ci é rimasto in pellicola, i suoi film sono indiscutibilmente una geniale combinazione di humor nero, ambientazioni gotiche, storie fantastiche e affascinanti, ma ciò che più é importante é sapere che il suo lavoro ha dato una "direzione" ai futuri registi; Bava é da considerarsi un vero e proprio Maestro, modello ed oggetto di citazione da parte di moltissimi artisti. Nonostante la critica italiana gli fosse avversa, non soffrì particolarmente questa situazione (a differenza di Fulci), anzi trovava sempre il modo per scherzarci sopra. Dotato di grande autoironia, a chi gli chiedeva come mai, secondo lui, i suoi film erano più apprezzati in Francia e negli Stati uniti che in Italia, rispondeva: "Loro sono più fessi di noi!".

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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