Con: Steve Reeves, Sylva Koscina, Fabrizio Mioni, Gabriele Antonini, Gianna
Maria Canale, Mimmo Palmara, Ivo Garrani, Gino Mattera, Aldo Fiorelli,
Giampaolo Rosmino, Arturo Dominici, Lydia Alfonsi, Gina Rovere, Paola
Quattrini
"Le Argonautiche" è un poema epico di
Apollonio Rodio.
L'opera
L'opera è suddivisa in quattro canti in 5835 esametri.
Fu pubblicata in due diverse edizioni, la prima ad
Alessandria d'Egitto e la seconda a
Rodi.
L'argomento del poema è la spedizione di
Giasone e degli
Argonauti
alla conquista del
vello
d'oro, custodito da un terribile mostro, che non chiudeva mai occhio.
Esone, padre di Giasone, regnava a
Iolco, ma era
stato detronizzato dal fratellastro
Pelia. Riuscì
comunque a fuggire in compagnia della moglie
Alcimede e del figlio, sotto la minaccia della morte.
Un oracolo predice a Pelia che sarebbe morto per mano di un uomo calzato a
un solo piede.
In un giorno in cui il re sta offrendo un sacrificio agli dei, appare un
uomo con ai piedi un solo sandalo.
È Giasone, che ha perso una calzatura attraversando un fiume: egli rivendica
il trono per sé, ma accetta di superare una prova, recuperare il
vello
d'oro.
Pelia spera che Giasone non torni vivo, ma egli, già protetto da
Atena, si
vede accordare anche la protezione di
Era, offesa da Pelia.
Trama
Libro I
Riuniti nel porto di
Pagase in
Tessaglia,
gli
Argonauti salgono a bordo della nave "
Argo"
per accompagnare nella
Colchide
Giasone, alla ricerca del
vello
d'oro.
Il vello è la pelle di un montone alato, grazie al quale
Frisso era
riuscito a sfuggire alla morte. Il vello si trovava in un bosco consacrato
ad Ares, appeso
ad una quercia, ed era custodito da un drago mostruoso. Fra i partecipanti
alla spedizione vi sono
Orfeo,
Eracle,
Admeto, l'indovino
Mopso,
Telamone,
Peleo, Ila,
Nauplio,
Castore,
Polluce,
Idas,
Linceo,
Meleagro,
Zete,
Calais,
Acasto e
Argo che ha costruito la nave.
Come polena della nave, viene messa un pezzo della quercia sacra di
Zeus a
Dodone, conferendo alla nave il dono della parola.
Il popolo si raduna sulla riva per assistere al varo mentre le donne fanno
gli auguri ai genitori di Giasone,
Esone e
Alcimede.
L'Argo viene varata con successo, gli eroi offrono un
sacrificio ad
Apollo e s'imbarcano.
Eracle cede il comando a
Giasone e la nave parte verso l'isola di
Lemno,
sospinta da un vento favorevole.
Sull'isola non c'erano più maschi. Le donne dell'isola avevano trascurato il
culto di
Afrodite e la dea si vendicò dotandole di un odore ripugnante; i loro
uomini quindi le trascuravano, dedicandosi alle schiave venute dalla
Tracia.
Le donne di Lemno, decisero quindi di uccidere i loro mariti infedeli e le
chiave rivali.
Quando gli Argonauti arrivano all'isola, le donne si
armano, temendo un'invasione di traci. Ma una volta sentito l'araldo di
Giasone, si mostrano ospitali accogliendoli tutti nell'isola, tranne Eracle
e pochi altri. Il loro soggiorno è talmente felice da far dimenticare loro
il motivo del loro viaggio ed Eracle li deve richiamare alla ragione; alla
fine le donne di Lemno, acconsentono alla loro partenza.
Successivamente arrivano all'isola di
Samotracia, dove
Orfeo spera di approdare per iniziarsi ai riti dei
Cabiri,
seguaci di
Persefone e protettori dei marinai.
Rasserenati da questo scalo, gli argonauti attraversano senza fatica l'Ellesponto
e il
Propontide (il
Mar di Marmara), approdando nel paese dei dolioni, nell'isola di
Cizico.
Il re li accoglie e li invita a gettare l'ancora nel porto di
Cito.
Cizico si è appena sposato ed è preoccupato da una profezia che gli indica
di non usare mai la violenza nei confronti di nobili navigatori che
approdassero alla sua isola.
Li accoglie quindi con benevolenza, organizzando per loro un banchetto.
Risponde a tutte le loro domande sul Propontide, ma confessa di non sapere
niente sui paesi che si estendo ad est, al di la' del mare.
Mentre si preparano per la partenza, dalle montagne scendono dei mostri con
sei braccia, che attaccano la nave e che cercano di impedirne la partenza,
accatastando grandi rocce all'imbocco del
porto.
Gli Argonauti sconfiggono i mostri e ben presto possono ripartire. Venti
contrari impediscono di proseguire e così gli Argonauti sono costretti a
tornare all'isola, sbarcandovi di notte.
Re Cizico crede di essere stato attaccato da pirati e non riconoscendo gli
ospiti del giorno prima, prende le armi e alla testa dei suoi soldati
attacca gli invasori, rimanendo ucciso nel corso della battaglia, compiendo
la profezia dell'oracolo.
Gli argonauti rimangono nell'isola per dodici giorni,
facendo celebrare con solennità le esequie del re e attendendo venti
favorevoli.
Mopso vede un
martin pescatore svolazzare intorno alla nave, l'uccello rimane per
pochi istanti sulla testa di Giasone e quindi si posa a prua. Mopso, che ne
capisce il linguaggio, ascolta il cinguettio dell'uccello.
Mopso racconta a Giasone che occorre un sacrificio per la dea
Rea, madre di
Zeus e sovrana della terra, dei venti e dei mari.
Gli argonauti ritornano in
Tracia,
dove si trova il monte Didimo, con il santuario consacrato alla dea. Salendo
verso il tempio,
Argo scorge un tralcio di vite secco e lo utilizza per fare una statua
della dea.
Il sacrificio viene effettuato e la statua deposta nel santuario: Rea
dimostra la sua soddisfazione facendo sgorgare una fonte dal fianco della
montagna, a cui verra' dato il nome di "fonte di Giasone".
Tornati a Cizico, i venti sono cambiati e possono
riprendere il viaggio immediatamente.
Arrivati alla foce del
Rindaco, il remo di Eracle si spezza, che scende a terra per cercare un
albero con cui farne uno nuovo, mentre il suo scudiero
Ila, va alla
ricerca di una sorgente di acqua dolce.
Entrambi trovano quello che cercano: Eracle un pino e Ila una fonte nei
boschi di
Pegea.
La
ninfa della fonte trova io giovane molto bello, quanto Ila si china per
raccogliere l'acqua, la ninfa lo trascina nel suo regno.
Il giorno successivo si alza una brezza e
Tifi, pilota della nave, sollecita i compagna ad imbarcarsi.
La nave è già in alto mare, quando il gruppo si accorge della mancanza a
bordo di Eracle e Ila. Telamone accusa Giasone e Tifi di aver abbandonato
volontariamente i due, per gelosia nei confronti di Eracle.
Glauco, portavoce di
Poseidone,
esce dai flutti e annuncia che Eracle sarebbe rimasto a terra alla ricerca
di Ila e che quindi la nave poteva continuare sulla sua rotta.
Libro II
L'Argo arriva nel paese dei
berici in
Bitinia .
Polluce
entra in contesa con il re
Amico e l'uccide, ne segue una battaglia tra gli argonauti e i berici
che, sconfitti, fuggono.
Gli argonauti si impadroniscono del bottino ed ascoltano
Orfeo cantare le lodi di Polluce.
Il giorno successivo si inoltrano nel
Bosforo, attraversandolo senza problemi grazie all'abilità di
Tifi.
Fanno scalo nel regno di
Fineo, il re cieco che regna sulla riva occidentale del Bosforo.
Fineo ha il dono della profezia, ma ha avuto l'impudenza di rivelare i
segreti degli dei e Zeus l'ha punito.
Ogni volta che si appresta a mangiare, due
Arpie si
precipitano sul cibo, glielo strappano di mano, insudiciandolo: il re sta
così morendo di fame.
Fineo spiega agli argonauti che potrà essere liberato da questa maledizione
dai figli del vento di settentrione e chiede aiuto a
Zete e
Calais. I figli di
Borea
cacciano le Arpie, permettendo al re di nutrirsi.
L'indovino svela loro i pericoli che li minacciano e li consiglia di
portarsi dietro una colomba, per poter attraversare le Simplegadi, scogli
tra i quali le navi vanno a sfracellarsi.
Seguendo il volo della colomba, la nave riesce a superare gli scogli, grazie
anche all'abilità di
Tifi e alla vigilanza di
Atena.
L'Argo prosegue nel
Mar Nero,
lungo la rotta indicata da Fineo, arrivando all'isola di
Tinia.
Qui incontrano il dio
Apollo in viaggio nel paese degli iperborei. Gli argonauti gli
costruiscono un tempio ed
Orfeo canta un inno in suo onore.
Riprendono quindi il viaggio, arrivando al paese dei mariandini, dove li
accoglie il re Lico.
Il re ringrazia gli argonauti, che lo hanno liberato dalle continue
irruzioni nel suo paese da parte di
Amico.
La felicità di questi momenti è offuscata dalla morte improvvisa di due
argonauti:
Idmone, ucciso da un cinghiale, e
Tifi, colpito da una malattia fulminante.
Anceo, sostituisce Tifi al timone, e l'Argo riparte alla volta di Sinope,
dove si uniranno a loro tre nuovi compagni: i tre figli di
Deimaco, che avevano preso parte alla spedizione di
Eracle con
le amazzoni
ma che non furono in grado di tornare con lui.
Proseguendo il viaggio arrivano ad
Aria, l'isola
di Ares, dove
gli avvoltoi, gli uccelli del dio con le piume di
bronzo,
assalgono gli argonauti.
Usciti da questa avventura, hanno appena il tempo di piantare le tende, che
si scatena una violenta tempesta. Quattro naufraghi vengono gettati dalle
onde sulla spiaggia e vengono subito soccorsi da Giasone e dai suoi amici:
sono
Argo,
Frontide,
Melante e
Citissoro (figli di
Frisso e
Calciope).
Essi stavano tornando a
Orcomeno, patria del loro padre, appena morto. I quattro, seppure
esitanti, decidono di unirsi al gruppo e di affrontare
Eete .
Due giorni dopo raggiungono la
Colchide,
chiudono le vele e al
crepuscolo risalgono a remi il fiume
Fasi: a destra si estende il bosco sacro di Ares, mentre a sinistra si
trova la città di Eea
e i monti del
Caucaso.
Su consiglio di Argo, la nave viene ancorata fra le
canne di una
palude.
Libro III
Atena ed Era che hanno seguito tutte le fasi del viaggio,
si concertano per trovare il modo di aiutare Giasone. Chiedono consiglio
anche ad
Afrodite, che invia
Eros ad ispirare amore per
Giasone in
Medea, figlia del re
Eete.
Giasone decide di presentarsi ad Eete, chiedendogli di consegnarli il vello
d'oro, lo accompagnano
Frisso,
Telamone e
Augia.
Gli argonauti vengono accolti dal re Eete, da sua moglie
Idia e dai figli
Apsirto e
Calciope.
Calciope corre incontro ai figli, piena di gioia nel vederli tornare.
A loro si unisce, in un secondo momento, la figlia minore del re, Medea.
Appena vede Giasone, infiammata da Eros, se ne innamora.
Come portavoce è stato scelto
Argo, figlio di
Frisso, che
spiega ad Eete la richiesta e le ragioni di Giasone.
Poiché la spedizione è stata ordinata da un oracolo, in cambio del vello
d'oro, Giasone conquisterà per Eete, le terre dei
sarmati,
i suoi bellicosi vicini.
Il re si infuria, li insulta in quanto abusano della sua ospitalità: loro
non voglio altro che il suo regno.
Giasone lo rassicura, dicendo che È sua volontà, come gli ha appena detto,
di ingrandirglielo. Eete quindi decide di mettere alla prova Giasone.
Nella piana di Ares, ci sono due tori mostruosi, con
zoccoli di bronzo e che sbuffano fuoco dalle narici: Giasone dovra'
aggiogarli ed attaccarli ad un
aratro.
Fatto questo dovra' arare un campo e seminarvi dei denti di
drago. Da
questi semi nasceranno degli uomini armati, che dovra' uccidere prima che si
faccia notte.
Giasone accetta e Medea si ritira, tremando di paura al pensiero della dura
prova che il suo amato dovra' affrontare.
Giasone ritorna sulla nave ed informa i suoi compagni della prova, Argo
(figlio di Frisso) lo informa che in suo aiuto potrebbe venire Medea,
sacerdotessa di
Ecate.
Argo ritorna al palazzo, Medea gli rivela che un sogno l'ha avvertita che il
padre non ha intenzione di mantenere la parola; Argo va dalla madre, che
temendo per la vita dei figli, va da Medea e la trova disposta ad aiutare
Giasone.
Medea si dirige al santuario di
Ecate,
Giasone, accompagnato da
Mopso, si fa condurre al tempio da Argo.
Nella pianura avanza da solo incontra a Medea, anch'essa sola, la giovane
suggerisce a Giasone il sacrificio da offrire alla dea Ecate nella notte,
gli consegna anche un balsamo da spalmarsi sul corpo prima di affrontare i
tori che sbuffano fuoco, infine gli chiede di non dimenticarsi di le quando
lascerà la Colchide.
Giasone le risponde che non la dimenticherà mai e che, se lei si unirà agli
argonauti alla loro partenza, lui la sposerà.
L'indomani Giasone supera la prova. Il re Eete è testimone
del suo trionfo.
L'amarezza gli riempie il cuore e decide di far massacrare gli argonauti con
il favore della notte.
Libro IV
Medea si rende conto dell'impossibilità di rimanere nella
Colchide
ed esce dal palazzo correndo al porto. Rivela agli Argonauti che il re
Eete ha
scoperto tutto e che se
Giasone terrà fede alla promessa sarà lei ad andare a prendere il
vello
d'oro. Giasone rinnova il giuramento e Medea lo conduce al bosco sacro
di Ares .
L'altare È posto ai piedi di una
quercia
sacra sulla quale pende il vello d'oro. Al loro avvicinarsi il drago si
lanciò su di essi; Medea invoca il Dio del sonno e la luna vagabonda, così
il drago, vinto dai suoi sortilegi, si addormenta.
Giasone si impossessa del vello d'oro mentre Medea spalma sulla testa del
drago un unguento che ne prolungherà il sonno, quindi tutti e due fuggono
verso l'Argo.
Gli argonauti issano le vele, armati e pronti a
fronteggiare i prossimi pericoli.
Era manda una brezza favorevole, che li fa ridiscendere verso il mare,
con Giasone e Medea accanto al timoniere.
Al palazzo viene notata l'assenza di Medea, Eete raduna il suo esercito e
sale sul suo carro, guidato dal figlio
Apsirto,
precipitandosi verso la riva per impedire che la nave prenda il largo.
La nave è ormai lontana ed il re ordina a tutte le imbarcazioni del suo
regno, che si lancino all'inseguimento della nave sulla quale si trova la
figlia infedele.
L'indovino
Fideo consiglia agli Argonauti di seguire una rotta diversa per tornare
in Grecia.
Argo propone di seguire il fiume
Istro (odierno
Danubio)
e poi, attraverso i suoi affluenti, arrivare al
Mar Ionio
ed effettuare il periplo della Grecia per arrivare ad
Iolco.
Giunti alla foce si accorgono che il fratello di Medea,
Apsirto, li ha preceduti, impedendogli di entrare nel
Ponto Eusino (il
Mar Nero).
Gli Argonauti cercano di parlamentare, Apsirto riconosce il merito di
Giasone ma Medea deve ritornare nella
Colchide.Gli
Argonauti propongono che Medea si ritiri nel santuario di Artemide affich‚
la sua sorte venga discussa con imparzialità.
Medea irritata minaccia di dare fuoco alla nave se Giasone si azzarderà ad
accettare queste condizioni. Niente al mondo la farà ritornare sui suoi
passi e per nessun motivo al mondo lo abbandonerà.
Medea dichiara anche che provvederà personalmente ad Apsirto, permettendo
agli Argonauti di battere facilmente un esercito privo di capo: spaventato
da questa violenza, Giasone acconsente.
Approfittando della tregua Medea da appuntamento al
fratello, il giovane accetta ma ad aspettarlo c’è Giasone, che lo uccide.
Ripartiti, ne dilaniano il corpo, gettando le membra una dopo l'altra in
mare costringendo Eete a rallentare per raccogliere i resti del figlio:
grazie a questo rivoltante stratagemma Giasone e Medea riescono a
sfuggirgli.
La morte di Apsirto chiede vendetta agli dei, l'Argo
procede a forza di remi quando si sente la voce dell'oracolo di Zeus.
Dall'alto della polena dice che il sangue di Apsirto macchia le mani di
Giasone e Medea: se non si purificheranno nessuno di loro, Argonauti
compresi, riuscirà a rimettere piede in Grecia.
Castore e
Polluce
invocano gli dei dell'Olimpo che scatenano un uragano che spingerà l'Argo
sull'Eridano
(odierno Po).
La nave segue poi il corso del
Rodano per riguadagnare il
Mediterraneo, rifugiandosi nell'isola di
Eea lungo la
costa orientale dell'Italia
.
Questo È il regno della maga
Circe,
sorella di Eete e zia di Medea. La maga purifica Giasone e Medea ma si
rifiuta di dar loro ospitalità.
Col cuore tremante gli Argonauti risalgono a bordo e si preparano ad
affrontare le
sirene oltre ai terribili pericoli di
Scilla e
Cariddi .
Orfeo salva gli Argonauti dal canto delle sirene traendo dalla sua lira
una musica ancora più sinuosa della loro.
Nello
stretto di Messina si trovava il vortice di
Cariddi
davanti al quale era posto uno scoglio temibile, sorvegliato da un mostro. I
marinai che si trovavano in quel luogo spesso evitavano il primo e, credendo
di essere in salvo, si facevano divorare dal secondo. Ma in loro aiuto,
Era,
Teti e le
Nereidi guidano la nave per farle attraversare lo stretto senza danni.
Gli Argonauti approdano all'isola di
Corcira (Corfù),
accolti calorosamente dal re
Alcinoo.
Non fanno in tempo a sbarcare, che anche un contingente di soldati della
Colchide
arriva all'isola, chiedendo ad Alcinoo di consegnare loro Medea, in caso di
rifiuto distruggeranno Corcida.
Alcinoo temporeggia e Medea ricorda agli Argonauti i suoi servigi, quindi si
reca dalla regina
Arete, pregandola di intervenire in suo favore.
Alcinoo prende la decisione di rendere Medea ai colchidi in quanto non
sposata a Giasone; Arete esce da palazzo e si reca al campo degli Argonauti,
consigliando Giasone e Medea di sposarsi immediatamente. I due si sposano,
nonostante il loro desiderio di celebrare le nozze nel regno di Giasone.
Alcinoo rende noto ai colchici che Medea È sposa di Giasone e che quindi non
può consegnarla a loro, anche se con frasi minacciose i colchici si
arrendono alle ragioni del re, ma lo supplicano di lasciare che si
stabiliscano nell'isola, sicuri che Eete li ucciderebbe se ritornassero in
patria senza sua figlia.
Alcinoo accetta e gli Argonauti riprendono il mare.
Mentre stanno per doppiare il
Peloponneso una tempesta li fa deviare dalla rotta. La tempesta dura
nove giorni e li porta fino in
Libia, sulla
riva delle
Sirti. La nave si incaglia nella sabbia ed il mare, ritirandosi, li
lascia in mezzo ad un arido deserto, senza speranze e senza forze. In molti
perdono la vita, tra gli altri Mopso.
Le ninfe della riva libica e le
Espiree vengono in aiuto degli eroi, dando loro cibo e raccontando ad
essi di come
Eracle abbia rubato i pomi d'oro del loro giardino.
Addolorati per la perdita dei compagni, gli Argonauti tirano la loro barca
fino al mare con l'alzaia, ma ignorano la loro posizione.
Orfeo ricorda a Giasone che egli possiede uno dei tripodi dell'oracolo
di Delfi consegnatoli da
Apollo. Arrivati alla riva gli Argonauti vi depongono il tripode: subito
appare
Tritone che indica loro la rotta da seguire.
Giasone gli offre il tripode sacro ed in suo onore sacrifica anche un
montone, in ringraziamento, Tritone rimorchia l'Argo fino in mare aperto.
Giasone si dirige verso
Creta dove li
attendono altri pericoli.
Creta È custodita da
Talo un gigante
di bronzo
creato da
Efesto. La sua vita è legata ad un'unica
vena che dalla
testa arriva
al tallone.
Il gigante cerca di staccare delle rocce da scagliare sull'Argo, ma in quel
momento Medea gli manda visioni malefiche, che gli fanno perdere
l'equilibrio, scalfendosi la caviglia: la vena si rompe ed il sangue gli
sgorga a fiotti. Talo si abbatte morto sulla riva.
Apollo concede loro una luce affinché non si perdano nella
notte, conducendoli in mezzo alle isole del
Mare Egeo.
Giasone ed i suoi compagni ritornano infine a Iolco, con il vello d'oro.
Significato e critica dell'opera
Con questa pubblicazione, il poeta prende posizione, in
una discussione ancora accesa ai suoi tempi: se un poema epico potesse
soddisfare o meno l'esigenza dei tempi.
Apollonio vuole fondere la poesia prettamente epica con
quella dei suoi tempi, prevalentemente lirica e amante del raffinato.
Purtroppo non riesce a fondere in una unita' organica i
disparati elementi di cui consta il suo poema: epica di imitazione omerica,
lirica amorosa e minuta analisi psicologica, descrizione fantastica ed
insieme minuziosa di viaggi e avventure.
I primi due libri sono più strettamente legati fra loro e,
dopo una invocazione a
Febo e una lunga e monotona rassegna dei partecipanti alla spedizione,
tratta la partenza e parte del viaggio.
Il terzo libro inizia con un'altra invocazione, alla musa
Erato, e
narra con calore di ispirazione e finezza ed evidenza di rappresentazione
psicologica l'accendersi della passione tra
Medea e
Giasone.
La figura di Medea è sicuramente quella meglio
rappresentata di tutto il poema, ammiratissima nell'antichità, è stata in
parte anche ispiratrice della "Didone"
|virgiliana.
Nel quarto libro, Apollonio indulse all'amore per
l'avventuroso e il fantastico, raccontando del viaggio di ritorno degli
Argonauti.
Per questa parte studiò approfonditamente e trasse
notevole materiale tra ciò che era stato messo a sua disposizione da parte
di geografi, mitografi e storici dell'epoca.
Questo sforzo di approfondimento di Apollo, è evidente
anche in tutto il resto dell'opera, tanto che l'erudizione e lo studio
prevalgono sull'ispirazione.
L'interesse per la tradizione mitologica, l'esattezza di
ogni particolare nel riprodurla, sono le preoccupazioni principali del poeta
e soverchiano la vera azione epica che è assai poco sviluppata.
I caratteri degli eroi, anche se talvolta tratteggiati con
tocchi efficaci, sono lontani dalla plastica dei caratteri omerici.
L'intervento continuo degli dei, che non hanno comunque
alcun rilievo particolare, toglie ogni importanza all'azione del
protagonista, Giasone.
Quando la poesia scende dall'altezza eroica dell'epopea
per arrivare all'idillio e all'elegia, essa riacquista sentimento e calore,
fornendoci la vera espressione lirica dell'età alessandrina, mostrandoci
come a questa Apollonio sia profondamente legato, pur nella scelta di un
poema epico.
È qui che abbiamo tratti veramente belli e sentiti, che
mostrano un animo appassionato e sensibile, come nella descrizione
dell'amore di Medea o nella celebre descrizione della notte, oppure nel
saluto di Giasone alla madre e il varo della nave.
La lingua e le comparazioni di Apollonio sono in gran
parte tratte da
Omero, ma le comparazioni hanno spesso una nuova veste romantica, che
Apollonio ricava anche dall'imitazione della lirica eolica.
Opera che non è da sprezzarsi, di una mediocrità in
certo qual modo costante. (Quintiliano)
Storia
Le Argonautiche furono molto ammirate nell'antichità e
trovarono numerosi commentatori fra i greci ed imitatori, specialmente tra i
latini.
Publio Terenzio Varrone la tradusse in
latino,
Virgilio le tenni presenti nella composizione del IV libro dell'"Eneide".
Gaio Valerio Flacco le prese a modello per il suo
omonimo poema.
Note: titolo americano: "Hercules"; "...primo film del genere (peplum)..."
(Teo Mora); "I film di Ercole", 3° cap.di "Il cinema Peplum", di Domenico
Cammarota, "Futuro saggi" n. 14, ed. Fanucci, '87, pag. 48; "Il
Mereghetti-Dizionario dei film 2002-Le schede", ed. Baldini & Castoldi, 2001,
pag. 765; incasso: 887 milioni