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Alberto Castagna maestro di cinema che per 30 anni mi ha insegnato a raccogliere montagne di immagini stamane in silenzio se ne è andato...27 settembre 2009alberto castagna

ad un libro edizioni cids 1991

MARGUTTA, BABUINO

E DINTORNI DELLA MEMORIA        Gian Piero Cristiano  FAVOLOSI ANNI '50 (Chissà perché sono favolosi sempre gli anni passati!)  Un ragazzo si aggira tra le botteghe di via Margutta. Forse guardato come un simpatico estraneo tra gli artisti del tempo. Con quell'atteggiamento che farà dire a lannacci "Vengo anch'io? No tu no" dalla famosa canzone. Cristiano sentì tanto questo atteggiamento che, anche oggi che ci consegna questa bella cosa sparisce dalla narrazione, si tiene in disparte per vivere gli altri, tutti gli altri. Rivive con questo libro un'epoca di Via Margutta e dintorni che nessuno dei protagonisti ha scordato: un' atmosfera che ha dato vita a capolavori ed infranto sogni. La vita prorompe dagli appunti di questo ragazzo irride, maledice ironica, spazza via in una risata malinconie e doppiezze. Ne viene fuori un affresco che è forse il capolavoro di Cristiano. Anche se lui stesso, registratore attento della realtà di quei luoghi e di quei tempi, diviene in progressione costante l'artista che è. Forse con questo libro Cristiano ha voluto creare proprio il grande affresco della sua gioventù, ha voluto riproporre su carta quel capolavoro che non pote­va essere contenuto che in una enorme tela grande come via Margutta e via del Babuino. Le strade della sua giovinezza, lastricate di pianti e risate, di notti insonni e di sogni che non finiranno mai.   Goffredo Capitelli

CAPITOLO I

Chi ha avuto il privilegio di vivere dall'interno l'intensa stagione artistica romana a cavallo degli anni 50 e 60, da qualche lustro evita accuratamente di frequentare le strade che si diramano da via del Tritone a piazza del Popolo.

Quegli scorci del centro storico fanno ormai parte dei luoghi della memoria mitizzati e gelosamente raccolti nell'archivio delle singole intimità.

Se per malaugurata sorte si è costretti a percorrere quelli che oggi sono i sentieri di guerra delle orde di giovinastri vomitati dalla metropolitana, l'impat­to può risultare fatale.

Superato a fatica il disgusto si accelera il passo per lasciarsi alle spalle il volgare mercataccio di lustrini e ciarpame e il tanfo vociante di una umanità deambulante nel cretinismo. In quei momenti di rabbia è facile cadere nella trappola di paragoni fin troppo scontati con i bei tempi che furono e lo schifo attuale; liquidi il tutto con un risolutorio - chi se ne frega - accelerando il passo ma, una volta rientrato nella propria comoda "tana" la vista di un quadro o di un oggetto che da lunghi anni non evoca più alcuna emozione ti folgora.

E non puoi fare a meno di tornare indietro nel tempo.

Scomparse luminarie, stracci, vetrine pacchiane, folla sguaiata e scatole di lamiera strombazzanti e puzzolenti la memoria lentamente sgrana le immagini di austera bellezza di quella zona.

Già, La Zona...oggi tridente già quadrilatero!

Così veniva chiamata dalla gente che la frequentava: La Zona.

Piazza del Popolo abbaccinata dal sole così immensa da far sembrare scara­faggi spaventati le rare auto che la traversavano, con l'intonso obelisco che in seguito diverrà lavagna di idiozia culturale e maleducazione criminale.

Via del Corso calpestata da poche rispettose suole quasi a lenire il ricordo del mordere degli zoccoli dei cavalli berberi'dei secoli passati, predestinato a subire l'onta dello struscio dei nuovi barbari.

Via Condotti, con le vetrine simili a palchi di teatro, ovattata platea del pal­coscenico luminoso di Trinità dei Monti.

Piazza di Spagna; una tavolozza di colori specialmente in primavera con la marmorea scalinata inondata da azalee, le ceree dei palazzi, il verde delle aiuo­le e delle palme e dei silenziosi ed ecologici filobus che sparivano nell'imbuto del Babuino.

L'aria pulita, il ciclo terso accarezzavano la fantasia di pittoreschi turisti

yankees indaffarati a rubare immagini di bellezza.

Con l'approssimarsi dell'alba la scalinata ospitava sparuti nottambuli sbron­zi di vino e d'amore che liberavano nell'aria frizzante volute di fumo e fresche reminiscenze di sesso.

Le narici, ancora pregne degli umori di veneri vogliose, consumavano il rito del languore post amoroso prima del giusto riposo.

Percorsi pochi metri del Babuino, protetta da una lunga fila di palazzi via Margutta, in apparenza dimessa rispetto alla più antica e blasonata parallela, ma densa di vita e creatività.

In origine via Margutta era un viottolo alla base degli orti di Alibert, una sorta di retrobottega del Babuino che ospitava rimesse di carrozze, stallaggi e fienili, baracche di scalpellini, marmisti e fabbri, casupole di ortolani al servizio dei signorotti della zona.

Già nel XVII secolo alcuni artisti, probabilmente stranieri, vi si insediarono trasformando le stalle in studi.

E' nella seconda metà dell'ottocento che riceve un vero e proprio assetto urbanistico, ad opera di Saverio De Merode esecutore edilizio pontificio sotto Pio IX. Con gli orti, ai piedi della collina spariscono stalle e casupole per fare posto ai primi edifici caratterizzati dalle grandi vetrate esposte a nord.

Ancor prima di imboccare via Alibert l'odore pungente dello spirito dei luci­datori e quello pesante della colla cervione, ti faceva capire di incamminarti in un'altra dimensione: un breve corridoio dov'erano concentrate le vetrine polve­rose dell'antiquario Di Castro, la stamperia del torcoliere, la galleria Margutta, la trattoria Colombo, che in estate poteva permettersi di collocare i tavoli all'aperto, un buco dove esponeva i suoi quadri il pittore Porfirius e finalmente Margutta.

All'angolo di destra quasi una bestemmia in una strada di artisti, il deposito di pasta e conserve Cirio. Poi la fitta sequela di botteghe: antiquati, restauratori, corniciai, doratori, falegnami, tappezzieri, incisori, imballatori e perfino un'officina di carrozzeria.

Si trattava della premiata ditta Biasini passata dal restauro delle carrozze a cavalli ormai scomparse, alle vetture a cavalli vapore.

Che strana ed affascinante strada via Margutta con quell'enorme albero che allunga i rami sul palazzo di fronte, spingendo quasi a volersi fare spazio e quella assurda gobba al centro. Strada di paese nel cuore della città antica, pre­gna di umori secolari, profumo di vigne, mastici e vernici; agglomerato di artisti ed artigiani, cervelli fini e umiltà di gesti antichi.

Creatività e ripetitività, mani affusolate e mani callose, libertinaggio e foco­lare domestico: due mondi che in apparenza potevano apyaiue in contrasto, nella realtà erano uniti e rappresentavano l'ossatura della strada.

Un'equilibrio irripetibile che permetteva il convivere di due anime diverse e contrapposte, dove l'intelletto si fondeva alla materia, il sacro al profano, dove gli studi erano aperti a tutti e la vendita di un quadro rappresentava un pasto per molti.

Non ci si nascondeva nel proprio egoismo in via Margutta.

Si viveva perdio! Eccome si viveva!

Tutti amici e le beghe si risolvevano con una sana bicchierata.

Come in tutte le strade popolari degli altri rioni, anche in via Margutta il luogo riservato agli incontri e alle chiacchiere era il bar, nella fattispecie trattan­dosi del mitico baretto degli artisti, quello era un posto un po' speciale .

Ubicato nella prima parte della strada, sulla destra dando le spalle a via Albert, al civico 53 b, non presentava insegne vistose, al lato della porta, infissa sulla parete una sobria targa in marmo non deturpava il basso edificio ricoperto di glicini e vite americana, che in tempi di splendori pontifici ed in seguito sabaudi ospitava i lavatoi di palazzo Patrizi.

In apparenza non aveva nulla di eccezionale e a guardarlo con occhio critico somigliava proprio a uno dei tanti baretti rionali.

Il bancone foderato di banale vinil-pelle verde, collocato sotto una lunga e stretta finestra che si apriva su di un terrazzino a soppalco che in estate ospitava alcuni tavoli al fresco, si mangiava buona parte dello spazio.

Sugli scaffali, almeno nei primi tempi poche bottiglie di liquori ed aperitivi quasi tutti nazionali ad eccezione di due pezzi esteri, Cognac ed wisky, che pur se messi in bella evidenza languivano a lungo sotto vetro prima di vuotarsi, visti i prezzi dell'epoca per leccornie simili.

A causa dello spazio angusto, tavoli neanche a parlarne e ci si doveva accontentare di due stretti e bassi divanetti che correvano lungo le pareti dove, ad onta del nome, non vi erano appesi quadri. All'estremità del bancone una porticina dava sul giardino dove sotto il balconcino erano sistemati un magazzi­no e un minuscolo gabinetto, peraltro sempre intasato. Quasi un bar di rione, ma in via margutta la differenza la facevano gli avventori.

Il primo gestore del bar, Mario Cascapera, era un personaggio stravagante e distratto, ma perennemente arrapato.

Accadeva a volle che per correre dietro ad una gonna compiacente, specie nell'approssimarsi della chiusura, dimenticava le luci accese e di serrare il luc­chetto al cancello scorrevole con le immaginabili conseguenze.

Dopo aver soddisfatto le sue esigenze amorose in un vicino appartamento si assopiva beatamente, per svegliarsi poco dopo col dubbio del bar aperto; a quel punto, vestilo sommariamente e arruffalo si precipitava lungo il Babuino, imboccava Via Margutta ed alla vista delle luci accese sbiancava.

Entrato nel bar alla vista degli scaffali vuoti e del registratore di cassa ripuli­to, cominciava a menarsi cazzottoni in testa ed imprecando si attaccava al telefono, ma in quel momento dalla porticina sul retro faceva irruzione nel loca­le un'orda di pittori alticci e sghignazzanti che conoscendo il vizio di Cascapera, avevano nascosto liquori ed incasso sotto il bancone.

Lo scherzo, a parte quello che si erano scolali, costava al gestore ulteriori libagioni, ma l'incasso della giornata era salvo fin quando il fattaccio non avvenne realmente e i ladri non solo svuotarono il bar, ma ripulirono pure il magazzino sottostante.

Quella volta al malcapitato per poco non venne un infarto, ma soprattutto si riempì di bozzi a forza di capocciate al muro. Cascapera a parte la distrazione e altre cosucce, aveva anche la propensione di spendere più di quello che guada­gnava e presto fu costretto a passare la mano.

In quegli anni frequentarono il bar lutti i personaggi che in seguito diverran­no famosi o che noti già lo erano: Turcato, Cagli, Guttuso, Vespignani, Burri, Fazzini, Ceselli, Monachesi, Omiccioli, Mannucci, Muccini, Novelli, Èva Fisher, Sibilla Aleramo, Clelia Bellocchio, Stefania Bragaglia, Sophia Moretti, e lanti allri.

Il velluto dei divanetti, accarezzò le terga delle più belle donne dell'epoca: pittrici, ballerine, modelle da sballo, attrici alle prime armi e signore "bene" in cerca di emozioni, ma il centro dell'attenzione era Novella Parigini nel pieno della sua bellezza e con una irrefrenabile voglia di vivere e sbalordire. Piccolina ma con un corpo perfetto, capelli biondi a caschetto viso angelico e sensuale nello stesso tempo, era il simbolo vivente della trasgressione; anticonformista in tempi di beghine, lo scandalo era il suo pane quotidiano.

Novella faceva gruppo a sé e il suo studio era mela di attori americani trasferta sul Tevere e miliardari genere Ali Khan che non potevano sottrarsi al suo fascino. Per questa propensione alla mondanità o più realmente per una sorta di invidia inconfessata veniva snobbala dagli altri pittori e relegala nel limbo degli

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Chiuso in stampa nella primavera 1991. Coordinatore editoriale: MARCO CAPITELLI

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111 TOTO CAFFE     



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121 sergio leone a cavallo
 


122 aldo fabrizi a tavola


123 gasman e gina lollobrigida  spaghetti 129 anitona sedia fontana trevi 132 brando un tram chiamato desiderio

 

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